Lug
2020, Articoli, Il Manifesto, Pubblicazioni

Virus e memoria
LABO GIORGIO, SENZA FISSA DIMORA

Ascanio Celestini, Il Manifesto 18.3.’20

Labo Giorgio, senza fissa dimora. Il nome di uno studente che un paio di mesi dopo avrebbe compiuto 25 anni sta scritto nel manifesto che gli attacchini del comune incollano sui muri romani all’inizio di marzo del 1944.  Il padre Mario era sceso da Genova il primo del mese alla ricerca del figlio. Certamente era stato arrestato. Fa tappa a Pisa, poi Firenze, poi raggiunge Giulio Carlo Argan, il professore di Giorgio, che lo ospita nella sua casa a Roma. Dà mandato a un avvocato per avere informazioni, prova anche col Vaticano. In questura non sanno niente e nemmeno al Viminale o a Regina Coeli. Poi il 9 marzo appare il nome del figlio su quel manifesto. Fucilato insieme ad altri nove. “Tento di credere a un’omonimia, ma non ci riesco. Manca l’accento, ma è lui, è lui” scrive. Non Labo, ma Labò.
Con Argan si reca a Via Tasso, la palazzina dove i tedeschi torturano i partigiani. “La sentinella avvolta in nastri di cartucce, e con le bombe a mano negli stivali, mi dice che non c’è”. Passano dal cimitero, ma “il direttore è uscito e non tornerà” gli dicono. Così se ne tornano a casa col filobus 129. Il giorno dopo riesce a leggere un “verbalino”, uno dei tanti che gli operai del comune stilavano per poter, alla fine della guerra, far riconoscere le tante salme di sconosciuti che erano stati fucilati dai nazifascisti. Mario si imbatte “in un cappotto scuro spigato, pull-over verde pisello e scarpe con la suola di gomma”. Forse è la descrizione di suo figlio, ma non torna un particolare: baffetti castani. “Aveva più volte tentato di farseli crescere, ma si era fermato scontento”.

Passa ancora un giorno e torna a Via Tasso. Nella stanza “c’è un borghese ad una scrivania, e vicino a lui un soldato” e poi un ufficiale tedesco e un “gobbetto” che viene fatto uscire. “L’interprete mi dice «Un bel figlio avete tirato su! Volete sapere quel che faceva? Era sab-bo-ta-to-re»”. Per quattro mesi aveva fabbricato bombe insieme a Giulio Cortini e a Gianfranco Mattei. Uno diventerà uno dei maggiori fisici italiani. L’altro è un chimico, assistente di Giulio Natta che nel ’63 gli dedicherà il premio Nobel. Anche Giorgio Labò è un promettente architetto. In quei giorni di guerra continuava a parlare di architettura. “Si parlava di urbanistica” scrive Argan e di “città da ricostruire”, luoghi nei quali “l’umanità disperata si riconosca guarita e felice”.

Intanto l’interprete tira fuori da un cassetto un pacco di fotografie e un sacchetto. Consegna tutto all’ufficiale tedesco. Una cravatta, due penne, gli occhiali, due tessere con la fotografia. Prima di morire era riuscito a farsi crescere i baffi.

Questi fatti accadevano in un mese di marzo in tempo di guerra. Sono passati tre quarti di secolo e ci troviamo a vivere un altro conflitto. Diverso, meno cruento forse, ma spiazzante. Giorgio Labò fabbrica bombe in un laboratorio accanto al Tevere, in Via Giulia 23/a, ma quando parla col suo professore pensa alle città da ricostruire, “al dovere morale della felicità umana”, compito anche dell’architetto. Quando ci discorrevi “si sarebbe detto che passasse le sue giornate in biblioteca, invece faceva le bombe per i G.A.P.”.
E io penso alle dichiarazioni spiazzanti dei medici che passano giorni e notti a salvare le vite di chi è stato infettato dal parassita. Ci dicono che muoiono soprattutto gli anziani. Muoiono i ragazzini degli anni ’40, quelli che hanno intravisto la guerra mondiale e il nazifascismo. Quelli che hanno vissuto la ricostruzione e la nascita della democrazia, le battaglie per i diritti negli anni ’60 e ’70, quello che è successo subito dopo. Disgrazia nella disgrazia in queste settimane di Covid-19 è la perdita di chi può dare spessore a questo tempo schiacciato sul presente. Compito dei medici e degli infermieri è curare e salvare le vite. Compito di tutti è responsabilizzarsi, restare a casa e arginare il contagio. Ma in questo spaesamento generale cerchiamo di salvare anche la memoria.

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