Lug
2020, Articoli, Il Manifesto, Pubblicazioni

Articolo pubblicato

VERSIONE BREVE:

Memoria e quarantena, perché «ci servono libri»

Voglia di liberazione. Bianca Guidetti Serra racconta la storia del partigiano Artom che voleva libri per svolgere «un po’ di educazione tra i giovani partigiani per quando si tratterà di ricostruire»

Sul tavolo ho un minidisc. C’è scritto a penna: Bianca Guidetti Serra Torino 8-7-01.
Mi parla del partigiano Emanuele Artom che lei incontrò per l’ultima volta il 19 marzo del 1944. “Debbo chiederti un favore visto che stai per tornare in città” e gli chiese dei libri perché come commissario politico voleva “svolgere un po’ di educazione tra questi giovani partigiani: penso a quando si tratterà di ricostruire il paese”. Servivano le armi per far finire la guerra e, con quella, anche la dittatura fascista e l’occupazione tedesca. Ma le armi non bastavano. Lo aveva scritto nel suo diario due mesi prima. “Il fascismo non è una tegola cadutaci per caso sulla testa: è un effetto dell’apoliticità e quindi dell’immoralità del popolo italiano. Se non ci facciamo una coscienza politica non sapremo governarci”.

Allora Bianca va alla galleria Subalpina, trova qualche libro usato, ma non fa in tempo a portarglieli perché due giorni dopo comincia il rastrellamento. I partigiani sono pochi e male armati. Il 25 marzo valicano un colle a 2500 metri e cercano di riparare in Val Pellice. C’è la nebbia e vedono avanzare dei soldati. “Chi erano? Compagni, nemici? La piccola squadra si rese ben presto conto di essere sotto la minaccia delle armi delle SS italiane”.
Artom fu portato nel braccio tedesco de “Le Nuove” di Torino. Una settimana dopo “in una cella venne trovato il cadavere martoriato dalle torture”. Il partigiano Ming racconta la sepoltura. “Il suo corpo era spaventosamente livido, piccolo, rigido nel freddo della morte, le mosche eran tante su di lui. Alcuni pani ammuffiti testimoniavano che Emanuele da alcuni giorni non mangiava. Fuori del carcere, per le vie di Torino, verso la periferia, vicino ai tram, vicino a tanta gente. Ehi, guardate, siamo noi, quelli della Resistenza, c’è anche Artom morto, lo portiamo a seppellire. Non ci sentivano, troppo rumore in una città. Il mezzo si fermò in un sentiero di campagna. Fummo fatti scendere. L’SS scelse il posto: ecco, scavate lì, tra gli arbusti e i rovi. La terra era fredda e dura. Il nazista minacciò: se entro venti minuti il lavoro non era finito uno di noi andava a tenere compagnia all’ebreo. Troppe radici erano cresciute in quel bosco; così, ultimata la buca, il corpo dell’ebreo non ci stava; paura. Ma un compagno sistemò ogni cosa. L’ultimo calcio Artom lo ricevette da noi e l’S.S. ghignò soddisfatto”.

Vent’anni dopo la sua morte, Bianca Guidetti Serra decide di ricostruire la vicenda. Una sentenza è stata pronunciata nei confronti di Arturo Dal Dosso, capitano del 1° reggimento SS italiane, momentaneamente irreperibile. Sotto il suo comando Artom è stato frustato con tubi di gomma e con cinghie sul torso nudo; sforacchiato a colpi di baionetta; conficcati spilli sotto le unghie; mozzato un orecchio; strappati i capelli e gettati giù i denti; rotta la vescica; posto a cavallo d’un mulo, che veniva fatto saltare a colpi di bastone, a torso nudo e piagato, con un cappellaccio in testa e una scopa in mano”.
Per questo e altri reati viene condannato a morte e successivamente all’ergastolo poiché la pena capitale è abolita dalla Repubblica italiana. In seguito a due amnistie, la pena sarà commutata in 30 anni e poi in 10.
Dopo l’ennesimo atto di clemenza il reato è dichiarato estinto. E siccome costui “fino alla data della condanna percepiva una pensione ferroviaria”, Dal Dosso torna in Italia a godersi la pensione.
Ma riascoltiamo insieme la registrazione e facciamo un passo indietro. Ripensiamo a Emanuele che chiede a Bianca i libri per “svolgere un po’ di educazione tra i giovani partigiani”. Ripensiamoci adesso che celebriamo la Liberazione.
In questi giorni di quarantena ci dicono che siamo in guerra. Lo dicono spesso a sproposito perché non abbiamo conosciuto dittatura, bombardamenti e occupazione, ma forse il paragone non è completamente fuori luogo. Stiamo, su tanti fronti, combattendo delle battaglie che ci spingono a considerare ciò che è prioritario e ciò che non lo è. Dunque ricordiamoci di un partigiano che in montagna e con le armi in mano pensando alla Liberazione riteneva che un libro fosse indispensabile per la ricostruzione di un paese.

Manifesto 24.4.’20

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VERSIONE LUNGA:

Sul tavolo ho un minidisc. Sopra c’è scritto a penna “Bianca Guidetti Serra Torino 8-7-01”
Insomma era l’estate di quasi vent’anni fa. Mi parla di Emanuele Artom che lei incontrò per l’ultima volta il 19 marzo del 1944. “Debbo chiederti un favore visto che stai per tornare in città” così gli disse quel giorno di primavera di 76 anni fa. E gli chiese dei libri perché come commissario politico voleva “svolgere un po’ di educazione tra questi giovani partigiani: penso a quando si tratterà di ricostruire il paese”. Quei giovani stavano in montagna con lui, erano armati e combattevano contro i nazifascisti. Servivano le armi per far finire la guerra e, con quella, anche la dittatura fascista e l’occupazione tedesca. Ma le armi non bastavano. Lo aveva scritto nel suo diario due mesi prima. “Il fascismo non è una tegola cadutaci per caso sulla testa: è un effetto dell’apoliticità e quindi dell’immoralità del popolo italiano. Se non ci facciamo una coscienza politica non sapremo governarci, e un popolo che non sa governarsi cade necessariamente sotto il dominio straniero o sotto la dittatura”. E dunque, disse quel giorno di marzo,“parlare non basta, occorre qualche libro adatto che stimoli alla discussione”.

Allora Bianca va dall’Ebreo alla galleria Subalpina di Piazza Castello. Lo chiamavano così forse “perché andava sempre vestito di nero, ma mi sa che mica era ebreo” mi dice. Trova qualche libro usato, ma non fa in tempo a portarglieli perché due giorni dopo comincia il rastrellamento. I partigiani sono pochi e male armati. “La primavera inclemente aveva lasciato i sentieri ingombri di neve ed anche i prati ne erano ricoperti”. Vanno avanti per tappe forzate con poco cibo e con “la gola arsa, ché la neve non disseta”. Il 25 marzo valicano un colle a 2500 metri e cercano di riparare in Val Pellice. C’è la nebbia e vedono avanzare dei soldati. “Chi erano? Compagni, nemici? la piccola squadra si rese ben presto conto di essere sotto la minaccia delle armi delle S.S. italiane”.
Artom e altri vengono rinchiusi nel municipio di Bobbio Pellice e poi nella caserma Airali di Luserna San Giovanni. Il 31 viene trasferito nel braccio tedesco de “Le Nuove” di Torino. Una settimana dopo “in una cella venne trovato il cadavere martoriato dalle torture”. IL partigiano Ming racconta la sepoltura. “Lo sbirro di guardia ripeté i rituali di uscita; il borghese che parlava in italiano perfetto, anche se doveva essere tedesco, da un magazzino segreto ci fece raccogliere una coperta. Al primo piano aprirono la terza o la quarta cella: l’Artom era morto. Il suo corpo era spaventosamente livido, piccolo, rigido nel freddo della morte, le mosche eran tante su di lui. Alcuni pani ammuffiti testimoniavano che Emanuele da alcuni giorni non mangiava. In quella coperta non ci stava e noi non riuscivamo a piegargli le braccia, ma gli altri non dovevano vedere l’Artom e fu di nuovo offeso, uno per ogni angolo per portarlo via. Il suo peso non era un gran che, il solito camion ci aspettava. Appena saliti, fuori del carcere, per le vie di Torino, vesro la periferia, vicino ai tram, vicino a tanta gente, ma nessuno ci riconosceva. Seduti sotto la minaccia delle Mchine-Pistole. Ehi, guardate, siamo noi, quelli della Resistenza, c’è anche Artom morto, lo portiamo a seppellire. Non ci sentivano, troppo rumore in una città. Il camion passava con il suo carico davanti allo stabilimento Fiat Mirafiori. Il mezzo si fermò molto più avanti, in un sentiero di campagna. Ricordo il rumore di un fiume. Fummo fatti scendere. L’S.S. scelse il posto: l’acqua scorreva rapida e formava un’ansa. Ecco, scavate lì, tra gli arbusti e i rovi. Sul camion stavano picconi e pale, per fare presto si lavorava due alla volta. La terra era fredda e dura. Il nazista allora minacciò: se entro venti minuti il lavoro non era finito uno di noi andava a tenere compagnia all’ebreo. Troppe radici erano cresciute in quel bosco; così, ultimata la buca, il corpo dell’ebreo non ci stava; paura. Ma Losanna sistemò ogni cosa. L’ultimo calcio Artom lo ricevette da noi e l’S.S. ghignò soddisfatto”.
Alla fine della guerra, nei boschi di Stupinigi i partigiani torneranno a cercare il compagno. Ma il corpo non fu mai ritrovato.
Vent’anni dopo la sua morte, Bianca Guidetti Serra decide di ricostruire la storia del suo amico morto. Comincia dall’archivio della Corte d’Assise di Torino. Un vecchio Cancelliere le dice “Guardi che è finito in Cassazione e poi a Genova. Sono documenti incompleti, ma c’è abbastanza per ricostruire il processo che c’è stato dopo la Liberazione. Una sentenza di primo grado è stata pronunciata il 19 aprile del 1951 nei confronti di Arturo Dal Dosso, capitano del 1° reggimento SS italiane accusato di “collaborazionismo militare e politico” per aver favorito dopo l’8 settembre 1943 “le operazioni del nemico nazifascista” e per aver “denunciato, rastrellato, seviziato partigiani e persone che ad essi prestavano aiuto, perquisendo e saccheggiando, incendiando le loro case” eccetera. Poi si parla di sevizie particolarmente efferate nei confronti di alcuni soggetti tra i quali Emanuele Artom. “Persone tutte che vennero in seguito o fucilate o condotte in campi di eliminazione in Germania o che morirono in seguito alle sevizie”.
Arturo Dal Dosso dichiara di non aver “mai sentiti nominare” Artom e gli altri partigiani uccisi. Lo dichiara in un memoriale inviato il 12 novembre del ’49 dalla “località ignota” nella quale s’è nascosto per sfuggire alla condanna a morte comminatagli in base al Codice Penale di guerra. Questa verrà poi commutata in ergastolo poiché la pena capitale è abolita alla fine dalla Costituzione repubblicana. Il 22 giugno del 1946 viene emanata la cosiddetta “amnistia Togliatti” che cancella molti delitti politici, ma sono “previste alcune esclusioni dal beneficio” e Dal Dosso non potrà essere amnistiato perché “si è volontariamente sottratto alla cattura, è responsabile di saccheggio, di omicidio e di aver inferto sevizie particolarmente efferate”. Ne caso di Artom le descrizioni sono esemplari: frustato con tubi di gomma e con cinghie sul torso nudo; sforacchiato a colpi di baionetta; gli furono conficcati spilli sotto le unghie; gli fu mozzato un orecchio; fu ferito ad un occhio; gli furono strappati i capelli e gettati giù i denti; Gli fu persino rotta la vescica; Fu immerso nell’acqua gelata e poi investito con getti di acqua bollente. Fu posto a cavallo d’un mulo, che veniva fatto saltare a colpi di bastone, a torso nudo, tutto piagato di ferite, con un cappellaccio in testa ed una scopa in mano”.
La difesa del latitante Dal Dosso chiede, comunque, per il suo difeso delle attenuanti poiché si tratta di un “ex combattente della guerra italo-austriaca del ’15-’18” oltre che della guerra in Libia, Grecia e balcanica. Anche se pare siano tutte balle, la pena all’ergastolo viene comunque commutata in “trent’anni di reclusione” in virtù della sopracitata amnistia Togliatti che successivamente diventeranno dieci grazie alla sanatoria del 19 dicembre 1949. Dieci anni dopo “viene emanata una nuova amnistia (D.P.R. 11 luglio 1959 n. 460) perché, dice la relazione al provvedimento: Estingua tutti i reati politici commessi dall’8 settembre 1943 al 18 giugno 1946 in un periodo in cui la passione e il turbamento degli animi, spingendo ad una lotta fratricida fecero temere il dissolvimento di quell’Unità non solo territoriale, ma anche degli spiriti”. E per ottenere questo beneficio il condannato deve “costituirsi all’autorità giudiziaria italiana”.
Il Dal Dosso si può presentare innanzi al Console Generale italiano di San Paolo del Brasile poiché la legge 2984 del 1858 del Regno Sardo, sì… proprio del Regno Sardo, gli attribuisce qualità di giudice. Il 2 ottobre del 1959 il reato di “collaborazionismo” è dichiarato estinto. E siccome costui “fino alla data della condanna percepiva una pensione ferroviaria dello Stato e il provvedimento di clemenza annulla reato e pena… gli spetterebbe la pensione stessa. Il 26 novembre 1960 la Cancelleria provvede”.
E così un capitano delle SS condannato a morte torna in Italia a godersi la pensione.

Ma questa storia ha due brevissime note.
La prima riguarda il giorno che feci l’intervista a Bianca Guidetti Serra. Buona parte di queste informazioni le avevo prese da un libro pubblicato nel 1994 dalla rivista Linea d’ombra. E quando andai a trovarla nel suo studio torinese mi raccontò solo in parte le vicende che conoscevo. A me serviva ricostruirle attraverso le sue parole, le immagini che nella scrittura scritta si perdono, diventano fredde. Volevo sentire come raccontava. E dopo aver parlato della morte di Artom le Guidetti Serra si fermò. Non ricordava bene il nome dell’assassino, né tantomeno che fine fece dopo la Liberazione. Pensai allora che la memoria è un tessuto che si lacera facilmente, ma che a differenza di un vestito non si consuma per l’uso, bensì per il suo contrario. La registrazione che stavo facendo quel giorno seduto davanti a lei col microfono appoggiato alla sua scrivania testimoniava anche questo divario tra gli avvenimenti e il ricordo di essi. Un divario che può abitare una sola persona, la stessa che ricostruisce tale memoria può perderla.
La seconda nota riguarda quel che è accaduto a me pochi giorni fa. Quasi vent’anni dopo, sono sceso in cantina. In un cartone ho pescato un minidisc riposto con attenzione nella sua custodia rigida. La polvere s’era posata solo sulla costa, è bastato un attimo per toglierla. Ho recuperato il lettore-minidisc e messo la pila per farlo funzionare. Ma appena ho spinto il tasto play è comparsa la scritta can’t read. Il disco non è più leggibile.

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