Lug
2021, Articoli, Pubblicazioni

Il Manifesto – 15 aprile ’21

Dopo Napoli e Milano anche Roma si è svegliata ieri mattina su un palcoscenico concreto con la memoria alle battaglie di ieri e il cuore oltre l’ostacolo delle chiusure e della precarietà.

Attraverso villa Borghese con Veronica Cruciani. Siamo diretti al Globe Theatre che è stato appena occupato dalle lavoratrici e dai lavoratori dello spettacolo. In un articolo di qualche anno fa il critico Andrea Porcheddu la chiama «pasionaria come una Arianne Mnouchkine all’italiana» e definisce il suo teatro «un imprescindibile punto di riferimento della scena teatrale romana e non solo». Per un pezzo importante della sua vita si è occupata di uno spazio periferico, un teatro atipico in una borgata romana, il Quarticciolo.

«Sono stata chiamata da Giovanna Marinelli che dirigeva il Teatro di Roma e da Sabina De Tommasi, la curatrice del Teatro Biblioteca Quarticciolo – mi dice – Ho cominciato un laboratorio con gli abitanti del quartiere, ispirandomi al libro di Alessandro Portelli “Città di parole”. Poi il teatro è andato a bando e la mia compagnia lo ha vinto. La cosa che mi ricordo e che lì non ci voleva venire nessuno. Le compagnie venivano a incasso con 150 spettatori, quando era pieno. Da lì è cominciato un lavoro molto lungo. Parliamo di un quartiere nel quale ci sono persone che hanno altre necessità: il lavoro, la casa. Non è facile condividere l’idea che la creatività è importante anche in quella quotidianità. Che la creatività è la condivisione delle proprie passioni. In dieci anni di lavoro quel luogo è diventato un punto di riferimento. Anche per artisti noti a livello nazionale che facevano fatica a venire a Roma. Perché a Roma ci sono ancora oggi teatri che chiedono soldi agli artisti per ospitarli!»

La storia della cultura off a Roma ha radici lontane. Ci sono le mitiche cantine, una narrazione che emerge a tratti nella stagione di Nicolini o il festival dei poeti a Castel Porziano. Ma negli ultimi venti anni si è conquistata uno spazio anche dove sembrava non esserci. Uno spazio che viene ciclicamente sottratto. Penso all’esperienza dell’Angelo Mai, del Rialto Sant’Ambrogio o del Valle.

«Roma è stata ed è tutt’ora una città piena di artisti bravi – dice Veronica – ma ha avuto sempre un grande problema di spazi. Per la mia prima regia su Elsa Morante ho avuto i diritti da Carlo Cecchi, ma era un’autoproduzione. Non c’erano soldi. Spazi occupati o dati in gestione dopo un’occupazione hanno dato una casa a molti di noi. Penso a De Florian, Tagliarini, Calamaro… Spazi nei quali non solo si può fare ricerca, ma dove gli spettatori possano vederla, dove puoi incontrare persone con le quali confrontarsi. Mi ricordo che al Rialto facevamo prove aperte e invitavi un po’ tutti, si parlava, ci si confrontava. Era un modo per sbagliare e misurarsi. Oggi è molto più difficile. La classe sociale dalla quale io provengo non prevede che gente come me possa fare il mio mestiere. Ma se 20 anni fa era difficile, oggi è quasi impossibile. Si paga un prezzo molto alto. Chiudendo quegli spazi questa città si è impoverita».

Arriviamo al Globe Theatre. Comincia la conferenza stampa degli occupanti. Il messaggio è chiaro, le parole che ascoltiamo sono queste:

«Non vogliamo una riapertura senza sicurezza che ci faccia ripiombare in un mondo del lavoro ancora più incerto e privo di garanzie. Rivendichiamo il diritto a un reddito continuo, a una formazione retribuita e permanente, a un tempo di ricerca e studio che sia considerato lavoro. Ribadiamo la necessità di una revisione dei criteri di finanziamento pubblico. Difendiamo l’informalità degli spazi di produzione artistica e culturale attualmente esclusi dai circuiti di finanziamento».

Con Napoli, Milano e le altre città che si stanno incontrando in assemblee, presidi, occupazioni anche Roma si è svegliata stamattina in uno luogo concreto. Tra i tanti promotori ci sono anche spazi sotto sgombero come il Nuovo Cinema Palazzo e l’Ex-Lavanderia. Abbiamo bisogno che non si perdano queste esperienze, che la città non si impoverisca ulteriormente, come dice Veronica. Anzi dovremo impegnarci a recuperare anche i pezzi della nostra storia recente. Quella, per esempio, del Valle che per tre anni ha dato vita a un’utopia impensabile prima e che oggi sembra essere dimenticata o, peggio, utilizzata come termine di paragone negativo.

«Rabbrividisco all’idea che il Mercadante possa fare la fine del Teatro Valle» ha scritto pochi giorni fa uno storico esponente dell’establishment teatrale come Luca De Fusco quando è cominciata la mobilitazione di Napoli. Da quest’altra parte del teatro, invece, ci vengono i brividi a pensare che le giuste attenzioni in tempo di pandemia vengano utilizzate per asfissiare un sistema culturale che ha bisogno di respirare oggi più di prima. Dunque, tornando alle parole scritte oggi al Globe, iniziamo subito a

«immaginare insieme nuovi paradigmi, nuovi statuti, nuovi diritti sociali per il lavoro precario, autonomo, intermittente. Invitiamo singol_ lavorat_, artist_, tecnic_, operat_, compagnie, istituzioni artistiche e culturali, teatri, festival, centri di ricerca, spazi formali e informali a sostenere la nostra lotta. Il tempo è adesso».

Uscendo dal teatro occupato mi stupisco di non incontrare i blindati delle forze dell’ordine. Non c’è nemmeno un lampeggiante. Prima di entrare si forma una fila di persone che si fanno il tampone. Tutto procede civilmente e senza tensioni. Anche questa è una buona notizia.

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