Lug
2021, Articoli, Pubblicazioni

L’inchiesta vecchio stile di Ascanio Celestini, da Roma

(inizialmente il titolo era: I cadaveri vivi del lavoro precario)

Guardare il centro commerciale dalle finestre del call center è come vedere la CNN da un magazzino di una zona industriale della Cina. Quando guardi la televisione americana ti pare che un po’ d’America entri dentro casa tua, ma tu in America non ci puoi entrare. L’America resta lontana. Ce l’hai davanti agli occhi, ma con i piedi stai nell’estremo oriente. Vedi i giornalisti con la giacca e la cravatta nello studio scintillante, e tu sei quello che fabbrica cravatte e giacche che andranno nello scintillio di un altro mondo.

Il centro commerciale Cinecittà Due e il palazzo del call center Atesia stanno uno davanti all’altro. Sono divisi da un piazzale sopraelevato. Passo per le porte del Centro, salgo con l’ascensore trasparente fino al terzo piano, vado in un bar dove servono almeno trenta caffè diversi. Caffè viennese, alla nocciola, alla cannella, americano, scecherato… io ne prendo uno normale, corto. Qui sono tutti vestiti bene, hanno le sporte piene di pacchi natalizi. Questa è la città visibile dove tre-quattromila persone respirano allegramente l’aria condizionata, si guardano le vetrine, parlano con i commessi sorridenti e gentili, bevono l’orzo al ginseng. Questo è il posto dove si viene a passeggiare, dove i ragazzi si danno il primo bacio, dove fumano la prima sigaretta. Si viene qui perché a Cinecittà non c’è un altro posto. Qualcuno va al parco degli acquedotti a guardarsi gli aerei delle compagnie a basso costo che ogni tre minuti passano a bassa quota. Se tra i negozi patinati c’è l’aria finta dei condizionatori, nel parco c’è un ossigeno carico di polveri sottili che è superiore anche di cinque volte al massimo consentito dalla legge. Però nessuno viene a controllare perché in periferia non c’è la zona a traffico limitato. In quel prato l’inquinamento non è interessato dalla legge e del magnifico mondo del volo si conosce solo la possibilità di andare a Barcellona con venti euro. In pochi anni il traffico dell’aeroporto di Roma-Ciampino è passato da settecentomila passeggeri a più di cinque milioni. Ora pure uno di borgata se ne può volare in Europa, ma se vuole farsi una passeggiata gli conviene scegliere l’aria sintetica di Cinecittà Due.

Non si capisce il call center senza conoscere la porzione di città che lo circonda. E questo pezzo di Roma a ridosso del Grande Raccordo Anulare è un paese di duecentocinquatamila abitanti arrivati negli anni ’30 per abitare le casette del Quadraro vecchio, nel dopoguerra per salire le scale delle case popolari del Quadraro nuovo fino a quelli che hanno investito i loro soldi nelle cooperative degli anni novanta. Qui si costruiscono palazzine e centri commerciali. Qui si mangia, si dorme e si spende. Qui hanno messo uno dei primi centri commerciali di Roma, ma anche la prima Ikea. Adesso ci sono posti dove affacciandoti alla finestra riesci a vederne anche tre di insegne di diverse città della spesa più qualche grande magazzino del mobile, dell’abbigliamento sportivo o più specificatamente del divano o della scarpa. Mondo Convenienza, Decathlon, Divani & Divani, Scarpe & Scarpe.

Non si capisce il call center senza conoscere la porzione di città che lo circonda. Ci penso mentre attraverso il piazzale sopraelevato. Incontro un amico che viene qui in una scuola a fare un corso di inglese. Mi chiede “che fai da queste parti?”, rispondo che “sono venuto incontrare i lavoratori del collettivo Precariatesia” e indico un palazzo un po’ grigio e un po’ rosso. “È un call center? –dice- ogni tanto vedo qualcuno che entra e che esce. Mi pensavo che fosse un condominio”. E invece è il più grande call center italiano, si chiama Atesia e fa parte del gruppo Cos-Almaviva. Là dentro ci passano quasi quattromila persone nell’arco di ventiquattro ore, ma non le noti perché sono quasi tutti L.a.p., cioè lavoratori a progetto che entrano e escono ognuno a un’ora diversa. Non sono come gli operai delle vecchie fabbriche che si presentavano davanti ai cancelli come il Quarto Stato di Peliza da Volpedo. Mi ricordo che un operaio dell’acciaierie di Terni mi disse che “da bambini andavamo a vedere i grandi che staccavano il turno come si va a vedere il passaggio del giro d’Italia”. Invece i L.a.p. di Cinecittà sembrano condomini che escono per andare a fare la spesa. La maggior parte, più di tremila, vengono chiamati “operatori” o “consulenti telefonici” e stanno seduti in postazioni dove svolgono un’attività inbound, outbound o mista. Nel primo caso rispondono al telefono fornendo servizi soprattutto per il 119 di Tim. Nel secondo caso telefonano facendo promozione di servizi, sondaggi di opinione, ricerche di mercato o cose chiamate product test e customer satisfation. L’attività mista è invece il lavoro inbound associato a servizi outbound di telemarketing e promozione. Cioè rispondono al telefono fino a quando arrivano chiamate, ma quando non ci sono clienti che hanno bisogno di assistenza il computer gli assegna delle chiamate da fare. Mi dicono che la chiamata parte automaticamente, si trovano il cliente in cuffia e sullo schermo del computer compare la promozione che devono proporgli. Un po’ come certi personaggi dei racconti di spie che conoscono la propria missione solo un attimo prima che deve essere compiuta.

L’invisibilità dell’azienda è motivata anche dal fatto che essa lavora sempre per conto di altri. Non vedremo mai una pubblicità di Atesia accanto a Barilla, Tim o ai reggipetto push-up perché Atesia lavora per questi clienti fornendo un servizio denominato outsourcing. Ovvero gli operatori chiamano o rispondono alle chiamate a nome del committente che paga l’azienda e non a nome dell’azienda che paga loro. Così quando chiamo un numero verde che trovo scritto sul sacchetto delle patatine non parlerò con un rappresentante dell’azienda che le frigge, ma con un telefonista precario che risponde a nome del tubero. Uno che appena chiude la telefonata con me forse parla con la mia vicina di casa per conto di un produttore di reggipetti gonfia-poppe, poi discorre di piani tariffari per un operatore telefonico, di calorie per una ditta che produce una cioccolata dietetica… Questi operatori servono anche come muro di gomma contro il quale far sbattere i clienti. Sono persone vere che danno concretezza a entità impalpabili come le multinazionali. La maggior parte delle telefonate che ricevono gli operatori in servizio inbound sono rabbiose e arrabbiate. E queste cornate sono parate da un telefonista precario che le trasforma in preziosi minuti di lavoro. Non importa quale sia il motivo della chiamata, interessa solo che essa arrivi e duri quanto basta per costruire un pezzetto di stipendio. La maggior parte di loro infatti guadagna a cottimo. Se rispondono al cliente e chiudono la telefonata in dieci secondi non guadagnano niente. Ma oltre un certo tempo minimo incominciano a guadagnare qualcosa fino a un massimo di ottantacinque centesimi lordi in un tempo di due minuti e quaranta secondi. Oltre questo tempo smettono di percepire soldi. Cioè se io telefono al 119 di Tim e parlo con l’operatore di Atesia per due minuti e quaranta secondi gli faccio guadagnare ottantacinque centesimi, ma se gli faccio domande per venti minuti lui guadagna la stessa cifra. Sapendo questo non devo stupirmi se la comunicazione si interrompe prima che siano passati tre minuti. Maurizio dice che “lavoriamo come quelli che raccolgono i pomodori, come i braccianti. Con un amico diciamo che le telefonate so’ piccioni… come il tiro al piccione. La finalità è portare la telefonata fino al massimo del tempo pure se ti chiedono ‘na cosa che puoi risolvere in tre secondi. È il tiro al piccione, devi prende’ il piccione”.

Un anno fa per la cena della vigilia di Natale mi metto a parlare di queste interviste che sto facendo sul lavoro precario e scopro che tutti i miei parenti che hanno meno di quarant’anni hanno lavorato o lavorano in un call center. Mia cugina è entrata al tempo in cui non c’era il lavoro a progetto. L’azienda ti prendeva come libero professionista, dovevi avere la partita iva. Lei si affittava la postazione come quelli che si affittano un negozio, lavorava a cottimo e fatturava a Tronchetti Provera. Poi l’Italia si è accorta dell’anomalia di un lavoro subordinato che invece di essere riconosciuto con un contratto di subordinazione veniva camuffato da un apparente rapporto tra liberi professionisti. Come se mia cugina avesse un’autonomia nel rispondere al telefono simile a quella di un falegname che mi costruisce un tavolo o dell’idraulico che viene a riparare il bagno. Allora c’è stato il pacchetto Treu nel 1997 col governo Prodi e la riforma Biagi cinque anni dopo con Berlusconi. È venuta l’era dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa e poi dei lavoratori a progetto e diverse migliaia di operatori si sono seduti sulle milleseicento postazioni nei due edifici di quattro piani davanti al centro commerciale di Cinecittà.

Ci penso a tutte quelle migliaia di persone, forse diecimila. Ci penso mentre attraverso il piazzale e mi immagino che adesso dentro a quel palazzo ci siano poco più di mille persone. Perché il call center è una fabbrica a ciclo continuo. Le fasce orarie sono di sei ore, ma coprono l’intero arco del giorno e della notte. Certo che è difficile immaginare che alle due di notte ci sia qualcuno che telefoni per conoscere le caratteristiche di un nuovo piano tariffario o cerchi delucidazioni circa il credito residuo. “Di notte chiamano i maniaci” mi dice Alessandra. La telefonata è gratuita e lo zozzone squattrinato che non si può permettere un numero erotico a pagamento cerca una voce femminile gratuita qualunque. E l’operatrice lo sta a ascoltare per due minuti e quaranta secondi, lo asseconda per guadagnarsi “il piccione” come dice Maurizio. Ci parla cercando di mettere insieme lo stipendio e non farsi accorgere dall’Ats, l’assistente di sala. Quest’ultimo è una specie di supervisore che controlla l’andamento del lavoro e fornisce un supporto tecnico agli operatori. Apparentemente non ha una funzione coercitiva o di controllo, ma si muove tra le postazioni, è quello che più direttamente ha rapporti con l’azienda. Alessandro mi dice che gli Ats “passano tra le postazioni come i caporali alla la vendemmia. Lo fanno per controllare se rispondi male, se chiudi a 2:41, se non usi il programma giusto che gli permette di schedare i dati dei clienti, fare una banca dati…”. Gli assistenti sono assunti dalle agenzie interinali e dati in affitto all’azienda, sono somministrati. È un paragone azzardato dire che sono come i Kapò nei campi di concentramento, ma la situazione è simile. Il call center è un’istituzione totalizzante dove si può cambiare il ruolo, ma non le regole. Si può avere qualcosa in più di stipendio, ma non mettere in discussione la maniere in cui viene calcolato e le gerarchie che lo gestiscono. In un saggio de “l’istituzione negata” Franco Basaglia fa una serie di esempi di violenze compiute nel manicomio, all’asilo e nella scuola media, nell’ospedale civile, nella famiglia e nel carcere e conclude scrivendo che “gli esempi potrebbero continuare all’infinito, toccando tutte le istituzioni su cui si organizza la nostra società. Ciò che accomuna le situazioni limite riportate è la violenza esercitata da chi ha il coltello dalla parte del manico, nei confronti di chi è irrimediabilmente succube. Famiglia, scuola, fabbrica, università, ospedale, sono istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: servo e signore, maestro e scolaro, datore di lavoro e lavoratore, medico e malato, organizzatore e organizzato”. È un’affermazione azzardata dire che gli Ats sono come i Kapò, forse sarebbe meglio dire che sono come i capo-classe, i bambini delegati dal maestro a controllare la classe in sua assenza, a scrivere i buoni e i cattivi sulla lavagna. Sono i rappresentanti dell’azienda totale tra gli operatori che lavorano in cuffia. Qualcuno li chiama caporali, corvi o mastini. In un articolo uscito su “Sfront end” il giornale prodotto dal collettivo Precariatesia, cè un articolo che parla di loro paragonandoli ai cani da guardia, li chiama cani da call center. “Girano, controllano, minacciano e tutto questo col sorriso sulle labbra vestiti con i loro completi grigi o inguainate nelle minigonne vertiginose, per rendere l’amaro calice meno indigesto”. Quasi nessuno di loro ha un contratto a tempo indeterminato, guadagnano poco più di un telefonista eppure “appena un operatore diventa Ats la prima cosa che fa è comprarsi il vestito nuovo” mi dice Fabio “è il vestito che si mettono soprattutto il sabato per andare con qualche loro capo a fare l’aperitivo al centro commerciale”. Ecco perché sono come i Kapò o i capo-classe. Perché l’azienda li ha investiti di un’autorità, gli ha consegnato un ruolo. Anche se continuano a vedere la lama rivolta verso di loro l’istituzione gli ha fatto appoggiare la mano sul manico del coltello.

Invece i dirigenti veri non si vedono mai tra le postazioni. Non sono come i padroni al tempo della rivoluzione industriale che passavano tra le macchine. Anche questi nuovi capitani d’industria sono invisibili come la loro azienda. Alessandra mi dice che “una volta ho visto il project leader che gira voce abbia meno di trent’anni, ma ne dimostra di più”. Come il cliente che telefona al numero verde delle patatine non riuscirà mai a parlare col padrone dell’azienda che le frigge, così anche l’operatore del call center non può avere contatti col suo datore di lavoro. Deve accontentarsi di vedere gli Ats, leggere gli aggiornamenti direttamente sul suo terminale e ricevere lo stipendio attraverso il bonifico in banca. Dell’azienda non è dato sapere nemmeno come è fatta. Mi raccontano che a Natale del 2005 gli Ats gli hanno portato il panettone, gliel’hanno servito alla postazione per non occupargli troppo tempo, farli alzare e perdere qualche telefonata in un periodo così pieno di chiamate. Così per la Befana qualche operatore si è alzato e è andato in giro per l’azienda a regalare il carbone ai capi. Dopo qualche giorno i telefonisti goliardi sono stati richiamati per aver abbandonato la loro postazione. Eppure il loro contratto prevede che si possano alzare quando vogliono perché non fanno un lavoro subordinato, perché è un contratto a progetto.

Era già successo il 22 luglio del 2005 quando a ottocento operatori era stato sospeso il lavoro. Quegli ottocento si sono riuniti nella sala-break e c’è stata la prima assemblea spontanea. Gli Ats non se l’aspettavano e hanno chiamato il project-leader che è sceso dal quarto piano. Molti operatori l’hanno visto per la prima volta in quell’assemblea, l’ha visto anche Alessandra questo capo che si porta male i suoi trent’anni. La sera erano già stati licenziati quattro operatori per questo gesto di rivolta. Quattro del collettivo Precariatesia che era nato pochi mesi prima a marzo quando era cambiato il compenso per le telefonate inbound della campagna Tim-119. Fino a quel momento il loro guadagno a cottimo si sviluppava su una scala per la quale inizialmente gli operatori prendevano un massimo di novanta centesimi lordi in tre minuti, ma l’azienda aveva tolto uno scalino e spostato il compenso a ottantacinque centesimi in due minuti e quaranta secondi. Poi per abbreviare le telefonate dopo l’ultimo scalino l’azienda aveva messo una trappola e superato quel tempo massimo l’operatore perdeva cinque centesimi. C’era stato uno sciopero e Atesia ha fatto un passo indietro, ha tolto la trappola. Ma intanto il collettivo era nato e aveva incominciato a riunirsi nella sala autogestita del comitato di quartiere dell’Alberone, sulla via Appia verso San Giovanni, in una stanza senza il bagno “per quello bisogna andare al bar di fronte -dice Alessandra-  è un posto occupato…insomma libero”. Così incominciano a pubblicare il giornale Sfront end e a farsi conoscere nelle assemblee e nei cortei. Vanno all’ufficio provinciale del lavoro di Roma e presentano un esposto. Gli ispettori incominciano a girare per i piani, fanno domande, guardano i documenti per tredici mesi. Intanto arriva l’anno nuovo e in campagna elettorale il centro-sinistra dice di voler cambiare la legge 30 conosciuta come “riforma Biagi”, quella che supera i co.co.co. e istituisce i contratti a progetto. Dopo una notte di veglia davanti agli exit-pool e alle proiezioni, martedì 11 aprile il secondo governo Prodi inizia il suo cammino. Nei primi cento giorni di governo arriva la prima circolare del ministro del lavoro Cesare Damiano sui call-center. Ricorda che il lavoratore a progetto deve avere una “sostanziale ed effettiva autonomia nell’esecuzione della prestazione” mentre un operatore che risponde al telefono alle domande che gli pone il cliente non ha molta autonomia. Infatti la circolare poche righe dopo dice che “Nelle attività inbound l’operatore non gestisce la propria attività, né può in alcun modo pianificarla giacché la stessa consiste prevalentemente nel rispondere alle chiamate dell’utenza” perciò l’operatore che riceve telefonate non può essere considerato un lavoratore a progetto, ma un vero e proprio subordinato. Lo dice anche l’art. 69 del decreto legislativo 276 del settembre 2003 che i contratti “instaurati senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso… sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto”. Perciò i lavoratori a progetto del call center che sono stati assunti in quel modo per far risparmiare l’azienda, ma in realtà hanno lavorato senza autonomia e senza progetto devono considerarsi assunti a tempo indeterminato. E questo non in base alle nuove leggi del centro-sinistra, questo era già nell’odiata riforma Biagi.

La circolare di Damiano sottolinea che solo nel caso del lavoratore outbound potrebbero esserci le caratteristiche del lavoro a progetto. Se c’è vera autonomia l’operatore deve essere libero di lavorare quanto vuole e nel modo in cui ritiene più appropriato, nel suo contratto deve essere specificato un risultato finale e non deve essere sottoposto a valutazione. Insomma è un po’ come il falegname che ci costruisce un tavolo, ci mettiamo d’accordo sul legno da utilizzare, la forma, il tempo di realizzazione e il costo e poi l’artigiano lavora come e quanto gli pare. Invece una parte consistente dei telefonisti è così priva di autonomia che si trova a lavorare addirittura a cottimo. Nel frattempo termina l’ispezione dell’ufficio provinciale del lavoro. È la fine di agosto del 2006 e i giornali pubblicano la notizia che oltre tremila precari dell’Atesia saranno assunti a tempo indeterminato. Infatti l’ispezione evidenzia che “nessuno dei contratti a progetto posti in atto da Atesia è riconducibile ad un effettivo progetto”, che gli operatori si limitano a “presidiare una delle postazioni telefoniche”, che il loro lavoro consiste nella “fornitura di semplici energie lavorative”, che in un lavoro a progetto il compenso dovrebbe essere forfetario (come succede col falegname che mi costruisce il tavolo), che a Atesia “i contratti di lavoro a progetto sono risultati del tutto fittizi in quanto tutti finalizzati –sia nelle campagne inbound che nelle outbound- alla semplice fornitura di mere energie lavorative”. Insomma il governo Prodi prima di cambiare la legge Biagi potrebbe incominciare a fare un buon servizio al paese semplicemente applicandola.

A questo punto la situazione si velocizza, un mese dopo Atesia fa ricorso al Comitato Regionale del Lazio per i Rapporti di Lavoro e annuncia che nel caso in cui si desse ragione agli ispettori se ne andrà all’estero dove il lavoro costa meno. Intanto il governo produce una Finanziaria che nell’articolo 178 da la possibilità alle aziende di trasformare i contratti a progetto dubbi in veri contratti di subordinazione a tempo indeterminato entro la fine di aprile. Chiede inoltre alle aziende di pagare almeno una metà di ciò che non ha versato negli anni ai lavoratori assumendoli con contratti discutibili e condona tutto il resto. Per la regolarizzazione dei lavoratori il governo da mandato ai sindacati di intervenire velocemente e nel caso del nostro call center producono un accordo ai primi di dicembre. Condoni a parte sembra quasi una vittoria, ma i termini del contratto sono tutti da scoprire soprattutto per quanto riguarda la retribuzione. Secondo la “commissione d’indagine sull’esclusione sociale” del Ministero della Solidarietà Sociale la soglia di povertà nel 2004 era di 551,99  euro. Considerando che stiamo parlando di stipendi per l’anno 2007 è pensabile che un povero di quest’anno è un lavoratore che porta a casa seicento euro al mese. E l’accordo sindacale di fine anno prevede per Atesia un part-time di quattro ore al giorno per cinque giorni a settimana grazie al quale i neo-lavoratori a tempo indeterminato guadagneranno meno di questa piccola cifra e per ottenerla dovranno anche firmare una liberatoria e rinunciare a quanto l’azienda gli avrebbe versato se il contratto fosse stato come si deve. Il contratto è firmato dai sindacati, ma il collettivo Precariatesia e molti altri lavoratori non sono d’accordo. La Cgil organizza un referendum per gli ultimi giorni di dicembre e la maggioranza dei precari boccia l’accordo.

Arrivo sul piazzale per incontrare i lavoratori del collettivo. Qualcuno è giovane, giovanissimo, forse ha appena incominciato l’università e fa questo lavoro per pagarsi gli studi o una stanza in affitto. Ma la maggior parte ha più di trent’anni. Ci sono signore che non si possono permettere di stare a casa perché lo stipendio del marito non basta. Ci sono gli ex-liberi professionisti come Piero che ha quasi sessant’anni e mi racconta che una domenica lavorò tutto il giorno per guadagnare solo un euro. Alessandro ha l’età mia, è laureato in psicologia. Mi dice che “ho iniziato a studiare che ero capellone, ho fatto il test per l’assunzione al call center che pareva quello dei tre giorni al militare. Ti sembra sempre che questo non è un lavoro vero, pare ‘na cosa di passaggio, ma poi te ritrovi a trent’anni che c’hai sempre meno capelli”. Vive coi genitori, dice “pure mi’ madre all’età mia stava già fuori di casa…”. Mi fa vedere la fotocopia dell’esposto all’ufficio del lavoro, l’esposto che ha fatto partire l’ispezione, che ha tolto il coperchio alla pentola. “Ci stanno tredici firme di compagni che un anno e mezzo fa lavoravano al call center. Nel frattempo ci sono stati cinque licenziamenti e sette mancati rinnovi. Solo uno sta ancora dentro”. Uno dei licenziati l’hanno mandato via perché al capo gli ha detto “coglione, ci devi mettere l’acqua nel vino che ti bevi…”. Gliel’ha detto alle 19.30 e alle 20.00 è andato a scusarsi, ma un paio di giorni dopo gli è arrivata la lettera di licenziamento. Sua moglie non è stata riassunta perché non può più usare la mano destra e questo le impedisce di lavorare col mouse. Ma il problema alla mano gli è venuto proprio perché lavorava al call center e adesso l’azienda la saluta. Altri quattro li hanno licenziati oggi perché si rifiutavano di cambiare turno. “Pure noi ci abbiamo i nostri martiri” mi dicono scherzando “ma la maggior parte de quelli che so’ stati messi fuori non so’ i licenziati, so’ le mancate riassunzioni”.

Guardare il centro commerciale dalle finestre del call center è come vedere la CNN da un magazzino di una zona industriale della Cina. Ma quando stacchi il telefono, passi dai tornelli e entri nel centro commerciale ti accorgi che sono due pezzi dello stesso discorso. Lo sa bene Paola che ha partorito da poco e per non farsi buttare fuori è tornata subito a lavorare. Sua madre passa tutto il giorno a Cinecittà Due con la bambina e lei ogni tre ore la va a allattare. Se non ci fosse il grigiore tragico del call center non potrebbe esistere l’universo colorato dei negozi che galleggiano nell’aria condizionata del centro commerciale, così come la CNN ha bisogno del sottoproletario cinese che cuce giacche e cravatte per diciotto ore al giorno. Intanto io me ne torno indietro sul piazzale sopraelevato e mi dirigo verso il motorino. È un’oretta che sto qui e saranno passati una ventina di aerei sul centro commerciale, sul call center e su tutta la borgata stipata di case popolari vecchie e nuove dove i figli restano a casa fino a quarant’anni e la pensione dei nonni serve per arrivare alla fine del mese, dove una volta l’anno vai a Barcellona con trenta euro, ma se vuoi cenare fuori devi accontentarti del fast-food a Cinecittà Due. Me ne vado portandomi via un mucchio di fotocopie, un po’ documenti e qualche volantino, ma il materiale più interessante è quello che raccontano. Quello me lo sto registrando da un anno e tra un verbale d’ispezione e una finanziaria, un’agenzia e una circolare le loro storie sono quelle che mi spiegano meglio quello che sta succedendo. “A noi ci danno ragione tutti –dice Maurizio- però nessuno può farci niente perché tutti si sono già sporcati le mani co ‘sta precarietà. Tutti c’hanno la coscienza sporca pe’ l’esternalizzazioni o i lavoratori a progetto messi accanto ai subordinati col contratto a tempo indeterminato…ma tutt’e due fanno la stessa cosa. Nessuno può metterci bocca perché c’hanno gli scheletri nell’armadio”. Solo che questa storia non è come quella degli eccidi impuniti del nazismo o delle stragi di stato che i morti sono tutti già seppelliti. Qui le vittime non sono ancora morte e gli scheletri siamo noi.

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