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2016, Articoli, Espresso, Pubblicazioni

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Ascanio Celestini: “Dario Fo tra i grandi insieme a Brecht e Cechov”

L’incontro a teatro nel 2000, quando il maestro Premio Nobel lo indicò tra i suoi possibili eredi. L’amicizia e la stima reciproca. Il racconto dell’attore e drammaturgo romano

Un sodalizio nato nel 2000, quando Dario Fo lo vide per la prima volta sul palco, al Teatro Franco Parenti a Milano, e rimase colpito dalla sua bravura. Nel giorno della scomparsa dell’amico, Ascanio Celestini è commosso e come sempre pieno di energia.

«Venne a vedere “Radio Clandestina”», racconta l’attore e drammaturgo romano, protagonista del teatro di narrazione, impegnato nelle prove della versione francese di “Laika” che andrà in scena il prossimo anno: «Un giornalista del “Manifesto” e di Radio3, Gianfranco Capitta, gli chiese: “C’è qualche attore che potrebbe proseguire nel suo solco?”, e lui rispose: “Ci sono Paolo Rossi, qualche siciliano e quel romano che ha fatto lo spettacolo sulle Fosse Ardeatine”. Quel romano ero io», aggiunge Celestini. Un sodalizio nato nel 2000, quando Dario Fo lo vide per la prima volta sul palco, al Teatro Franco Parenti a Milano, e rimase colpito dalla sua bravura. Nel giorno della scomparsa dell’amico, Ascanio Celestini è commosso e come sempre pieno di energia.

Uno degli eredi di Fo designati dal maestro Premio Nobel. Una grande responsabilità.
«Con Dario ci siamo incontrati tante altre volte: nel 2009, in occasione di un festival, gli feci una lunga intervista sull’importanza della memoria: storica e per l’attore. Era uno straordinario scrittore e drammaturgo, scriveva le parole sul corpo e sulla voce degli attori. Ma era anzitutto un grande falsario: due terzi delle cose che diceva erano inventate di sana pianta, attingeva a piene mani dalla commedia dell’arte e dal canto popolare. Giovanna Marini ricorda spesso quella volta in cui Fo le disse al telefono: “Ho scoperto un canto dei “battipali”, gli operai della Laguna di Venezia. È meraviglioso”. Lei capì subito che era un prodotto della sua fantasia».

Cosa perdiamo con la morte di Dario Fo?
«Dall’Ottocento l’umanità ha conosciuto grandi scrittori russi, francesi, tedeschi. Ma non è da tutti la capacità di Fo di dare un senso alle parole come segno grafico e come parola detta. Per questo le polemiche sul Nobel sono del tutto infondate. Ricordiamo tutti “Mistero Buffo”, un punto altissimo del teatro del Novecento, ma molte commedie di Fo non sono meno importanti delle opere di Brecht e Cechov». 

Cosa ricorda del vostro ultimo incontro?
«Sono andato a trovarlo a Milano un paio di anni fa. Abbiamo fatto una passeggiata insieme, nella zona pedonale tra il Castello e il Piccolo Teatro. Abbiamo parlato del più e del meno,  come due vecchi amici. Rimarrà sempre dentro di me il suo esempio straordinario».

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