Lug
2015, Articoli, Il Fatto Quotidiano, Pubblicazioni

Articolo pubblicato

Charlie Hebdo: la nostra satira è una barzelletta rovesciata

15.gennaio ’15 – Ascanio Celestini

C’è una barzelletta di qualche anno fa che aveva per protagonisti tre politici famosi.
Saddam Hussein va da Dio e chiede “come sarà l’Iraq tra 5 anni”. E Dio “distrutto dalle bombe americane” e Saddam piange disperato. Anche Bush va da Dio e chiede “come saranno gli Stati Uniti tra 5 anni?”. E Dio “distrutto dagli attentati degli islamisti” e il presidente americano piange disperato. Infine Berlusconi va da Dio e chiede “come sarà l’Italia tra cinque anni” e Dio piange disperato.

Raccontata tenendosi a distanza dal terrorismo e dalla cosiddetta esportazione della democrazia possiamo sentirci al sicuro e ridere. Ma proviamo a immaginare se alla grande manifestazione di Parigi dell’11 gennaio, all’indomani degli attentati, avesse partecipato proprio l’ex premier Silvio Berlusconi, che ha sempre manifestato la sua passione per le barzellette, e avesse raccontato questa storiella sostituendo Bush con Hollande, Saddam con il califfo dell’Isis e se stesso con Renzi per prenderlo in giro. Il meccanismo sarebbe stato lo stesso, ma non l’effetto comico.

Spesso nelle barzellette accade ciò che vediamo nelle vecchie comiche: ridiamo per l’uomo grasso che scivola sulla buccia di banana, ma se quell’uomo siamo noi non ci troviamo niente da ridere.

Ci ho pensato vedendo il video di presentazione del primo numero di Charlie Hebdo dopo i morti del 7 gennaio. Luz parla della copertina che ha disegnato. Dice di aver pianto mentre la componeva e poi piange di nuovo alla conferenza stampa. Mi sono venuti in mente quei commentatori e quei politici che sminuiscono la satira che li deride dicendo “a me non fa ridere”. E infatti non serve a far ridere una vignetta di Wolinski o di Vauro come non faceva ridere la Modesta Proposta di Swift.

Un certo modo di utilizzare la satira nella letteratura, nel teatro, nel cinema, nella pittura… (da Beckett a Buñuel, da Kafka a Dalì,…) risiede nella capacità di rivoltare il tavolo attorno al quale siedono giocatori di carte apparentemente pacifici e mostrare che sotto sono appuntati i coltelli. La genialità di vestire il re con abiti invisibili per mostrarlo nudo al popolo. E anche la forza di porsi dalla parte dei deboli. Non per denunciare soprusi, perché le inchieste sono compito dei giornalisti. Le denunce non si fanno in letteratura, ma in questura. E le condanne sono roba per i giudici.

Attraverso la satira si mostra uno sguardo rovesciato sul mondo e sul linguaggio attraverso il quale cerchiamo di dirlo. La scrittura si serve dello sguardo satirico per dire che l’essere umano è debole e per stare dalla parte degli umani bisogna scegliere la debolezza, bisogna ridere rovesciando le barzellette. I forti sono quelli che uccidono. Loro (con il Kalashnikov o con i bombardamenti chirurgici) sono disumani. Noi siamo umani, perciò disarmati. La nostra satira è una barzelletta rovesciata. Ridiamo del fantasma formaggino, ma non siamo Pierino.

Siamo il fantasma spalmato sul panino.

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