da l'Unità del 6 luglio 2010

Pecora Nera – Il DVD dello spettacolo esce in libreria

di Ascanio Celestini

Storie dal manicomio tra realtà e fantasia

In questi giorni finisco di montare la ripresa video dello spettacolo Pecora Nera e incomincio le riprese della versione cinematografica. Sono passati otto anni dalle prime interviste che ho fatto attorno al tema dell’istituzione psichiatrica e incomincio a rimettere i pezzi. Pezzi di quasi-diario che appunto su un taccuino accanto a residui di semi-racconti che ho ascoltato, scritto e spesso scartato o dimenticato.

Dal diario di Ascanio

Saliamo da Alberto. Adriano gli dice che stiamo per fare il film, che tra qualche settimana iniziamo. Che giriamo al 18. «Il 18 non va bene» dice Alberto «ci stavano gli alcolisti». «Però il 18 è quello che è rimasto uguale dagli anni ’60» gli dice Adriano. Infatti alla fine degli anni ’90 quando ancora c’era rimasto qualcuno ci portavano la gente per fargli vedere cos’è il manicomio. Dice Adriano che dopo che l’hanno trasformato in padiglione per gli alcolisti c’era rimasto qualche criminale. Insomma qualcuno che era stato internato prima della trasformazione. Pure all’ospedale dove stava mio padre era successo così. C’era una vecchia seduta sulla sedia a rotelle. Stava all’entrata. Una mattina arrivo presto e la vedo che si spinge la sedia da sola. Che sta sulla sedia a rotelle, ma cammina bene. L’infermiere mi spiega che fino a qualche anno fa il reparto oncologia non c’era. C’era un reparto per vecchi. Era una specie di ospizio. Quando c’hanno messo quelli col tumore non sono riusciti a portare via tutti i vecchi. Ce ne sono rimasti due. Un uomo e una donna. Insomma c’era questa donna che si spingeva la carrozzina da sola nel reparto di oncologia uomini. Era un avanzo. E infatti i matti del 18 che non si riusciva a chiudere alla fine degli anni ’90 venivano chiamati «residui manicomiali». Alberto non è un residuo. Lui nel ’90 è uscito. Ma perché c’era entrato? Era morto il padre. La madre c’aveva due figli. La sorella stava dalle monache e lui dai preti. Poi è stato preso con una specie di adozione da una famiglia di «benefattori», così li chiama lui. Ma i benefattori non se la sono sentita di tenerlo. L’hanno portato dal medico del manicomio. A quel tempo «facevano l’elettroshock pure ai sassi» dicono sempre gli infermieri quando parlano degli anni ’40 e ’50, ma persino quel medico abituato a elettrizzare la gente non se l’è sentita di dire che Alberto era matto. Eppure al manicomio c’è finito lo stesso. C’è finito perché era orfano e se non lo chiudevano lì l’avrebbero chiuso da qualche altra parte. In qualche altra istituzione sorella del manicomio. Franco Basaglia ci comincia un capitolo di un libro parlando di scuola, famiglia, galera, lager, chiesa, caserma, ospedale, fabbrica come istituzioni sorelle. «Sono istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: la divisione del lavoro (servo e signore, maestro e scolaro, datore di lavoro e lavoratore, medico e malato, organizzatore e organizzato). Ciò significa che quello che caratterizza le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne ha». Chi è senza famiglia avrà una nuova famiglia. Si chiamerà manicomio o caserma, ma sarà la sua famiglia. Alberto era senza padre. Quando gli è morta pure la madre è finito al manicomio. Al mammicomio.

Bonus track dallo spettacolo

L’istituto ha fatto la convenzione col supermercato. Il martedì mattina l’infermiere c’ha lo sconto del 20% e va a fare la spesa coi matti che possono uscire. Nicola non dorme mai. Dice «se mi addormento i cinesi mi tolgono un dente e mi clonano». Dice che gli tolgono un dente e ci fabbricano un’altro Nicola come lui e lo mandano in giro per strada. Lo mandano al supermercato al posto di lui a comprarsi la cocacola e la pepsicola per fare i rutti a pagamento. Col dente clonato ci fanno un altro Nicola che gli arrivano in abbonamento le riviste di donne che leccano gli uomini nudi. Nicola dice «prima i cinesi erano contadini comunisti che andavano in bicicletta. Comunisti ciclisti che pistavano l’uva coi piedi, che invece di andare a messa la domenica facevano la festa dell’Unità. Invece di pregare Dio e mangiarsi l’ostia, loro ballavano il liscio e cuocevano salsicce e gnocco fritto. Poi sono arrivati i marziani e gli sono entrati dentro». Il marziano ha incominciato a comandare lui. Adesso il cinese è comunista soltanto di fuori. C’ha i piedi di contadino che pista l’uva, ma invece fa il vino con la chimica marziana e lo mette nel tetrapack. Il cinese fa il Tavernello che costa soltanto un euro al supermercato e in televisione dicono che c’ha un ottimo rapporto qualità-prezzo, ma è solo un vino marziano. In televisione fanno vedere il cinese con la bandiera rossa, ma la festa dell’Unità è una copertura. Dietro alla falce e martello ci sta il cinese che prega una specie di dio-verde-spaziale. L’infermiere gli dice «io mi faccio certe belle dormite che mi potrebbero levare tutti i denti, metterci la dentiera cinese e non mi sveglio lo stesso. Con una ventina di denti miei ci avranno fatto un bel po’ di infermieri. Forse a me mi hanno già clonato». Nicola dice che gli infermieri non li clonano. Nel mondo spaziale che stanno costruendo non gli servono gli infermieri che fanno i padroncini nell’istituto dei matti. Dice che i marziani vengono sul nostro pianeta e i padroncini sono loro e c’hanno bisogno solo di qualche povero scemo come Nicola. Qualche malatino che lavora e sta zitto. Nicola dice che scannano l’infermiere e ci fanno la scatoletta di tonno sott’olio. La scatoletta col tonno e la bomba messa da Unabomber, il pazzo che fa scoppiare la gente al supermercato. E martedì prossimo un altro infermiere se ne andrà al supermercato con lo sconto del 20% a comprare quel tonno per saltare in aria anche lui. In quel mondo basta una pasticca marziana. Non serve manco di legare al letto e fare elettroshock e iniezioni. A una certa ora passa il cinese marziano, i matti interrompono il lavoro, prendono la pasticca e poi ricominciano a lavorare.

06 luglio 2010