La fila indiana – Il razzismo è una brutta storia
io cammino in fila indiana.
io sono il numero 23724.
non lo posso dire con certezza.
è una cosa che ho dedotto dal fatto che quello che cammina davanti a me mi ha detto che lui è il 23723.
perciò se la matematica non è un’opinione io sarei proprio il 23724.
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Canzoni impopolari
“benvenuti nel paese di monnezza
dove ogni finestra che si apre e ogni porta che si spalanca
è una bocca che rovescia monnezza nelle strade
dove il proletariato mangia monnezza e diventa massa,
dove i padroni nascondono la monnezza sotto il tappeto,
dove i servi parlano straniero e lavorano sotto al tappeto insieme alla monnezza
dove i politici smettono di ascoltare il paese
mentre il paese è costretto a ascoltare i politici,
dove i palazzinari costruiscono le città con la sabbia del mare
come i bambini sulla spiaggia con secchiello e paletta,
dove i terremoti hanno un audience,
dove la mafia ha il doppiopetto,
dove la camorra esprime il meglio del made in italy,
dove..”
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Appunti per un film sulla lotta di classe
È un insieme di appunti che ho incominciato a prendere per una storia della lotta di classe oggi. Una volta le persone che appartenevano alle diverse classi sociali avevano anche culture diverse. Il ricco suonava Mozart, il povero ballava il saltarello. Oggi è possibile che sentano entrambi De André o D’Alessio, oggi la differenza è solo nei soldi.
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La Pecora nera. Elogio funebre del manicomio elettrico
Raccolgo memorie di chi ha conosciuto il manicomio un po’ come facevano i geografi del passato. Questi antichi scienziati chiedevano ai marinai di raccontargli com’era fatta un’isola, chiedevano a un commerciante di spezie o di tappeti com’era una strada verso l’Oriente o attraverso l’Africa. Dai racconti che ascoltavano cercavano di disegnare delle carte geografiche. Ne venivano fuori carte che spesso erano inesatte, ma erano anche piene dello sguardo di chi i luoghi li aveva conosciuti attraversandoli.
Così io ascolto le storie di chi ha viaggiato attraverso il manicomio.
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Scemo di guerra
Adesso credo che questa sua storia per me sia diventata il modo per mantenere un duplice legame sentimentale: quello politico con la mia città e quello umano con mio padre.
Mio padre era nato a Roma nel 1935.
Era nato al Quadraro che è una borgata di Roma. Stava a via dei Laterensi 35 in un palazzo fatto a forma di bara e tutti lo chiamavano il palazzo a cassa da morto.
Mio padre era il secondo di quattro fratelli, ma un giorno mi raccontò che tra mio zio Ernesto che era il primo e lui ai miei nonni gli era nato un altro figlio che volevano chiamare Gaetano, ma ‘sto figlio era nato morto. Così quando nacque mio padre, in omaggio al fratello lo chiamarono Gaetano pure a lui.
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