da Viaggi - la Repubblica

Benvenuti a Bruxelles

di Ascanio Celestini

BENVENUTI A Bruxelles dove si cammina in tutte le lingue. Hervé è nipote di emigranti italiani. In Belgio ne sono arrivati tanti. Gente che al paese si trovava appeso il manifesto sul muro del municipio “OPERAI ITALIANI condizioni particolarmente vantaggiose vi sono offerte per il lavoro sotterraneo nelle MINIERE BELGHE”. Chiamarlo “sotterraneo” dava al mestiere del minatore un fascino particolare. Ti pagavano pure il treno se accettavi di farti sfruttare in cambio di carbone per l’industria nazionale. Erano diciotto ore lungo una rotaia che attraversava l’Europa.

Ne sono partiti a migliaia col vestito buono e la valigia di cartone. Qualcuno che sapeva leggere si portava la “Piccola guida dell’emigrato italiano” presa in parrocchia. Il libricino che spiegava il paese forestiero in poche pagine. Parole comprensibili pure a chi ci aveva solo la terza elementare e sapeva l’italiano come seconda lingua imparata a scuola. Benvenuti a Bruxelles dove si gesticola pure in dialetto. Hervé si è messo a studiare la lingua dei nonni che a casa sua non parlano più. Si aiuta con le mani. E questa è la prima cosa italiana. Forse l’ha imparata dal padre che in casa ha sempre parlato francese, ma le mani avrà continuato a muoverle alla maniera del popolo delle due Sicilie.

La seconda abitudine italiana di Hervé è quella di portarmi al bar. Devo incontrarlo lì tra una mezz’ora, così mi fermo al supermercato lungo Boulevard Anspach. Ci vado a comprare la birra, quella che da queste parti si beve in un bicchiere con due palle, una sopra e una sotto. Dall’altra parte della strada si incrocia Rue du marché aux poulets. Venti metri sulla destra c’è la scritta verticale CORICA. Benvenuti a Bruxelles dove si beve il caffè poliglotta. Hervé me l’ha scritto pure nella mail che “ti porto a bere un caffè che è buono come in Italia”. E da Corica ci stanno una trentina di miscele diversi. Non è un bar italiano come ne vedi in certi paesi di emigranti. Posti con le figurine dei calciatori azzurri appese sul muro, con baristi scuri di capelli e di ciglia che ti parlano salentino mentre fumano una sigaretta internazionale come se fosse ‘na nazionale senza filtro avanzata dal nonno arrivato col treno dei minatori.

Corica è una torrefazione che si fa arrivare il caffè fresco da tutto il mondo, che ti mette sul piattino il biscotto alla mandorla come quelli di Dandoy. Poi saliamo verso la Borsa e arriviamo alla Grand Place. È una piazza piena di statue in piedi e a cavallo. Ma ce n’è pure una sdraiata sotto una loggetta. È l’eroe Everard’t Serclaes lucidato dalle mani dei passanti scaramantici perché come tante statue italiane di santi si racconta che porta fortuna toccarla. Più avanti c’è Manneken-Pis, la fontana del bambino che fa pipì. Un giorno l’anno nella condotta della fontanella ci passa la birra. Dico a Hervé che ai Castelli Romani per la sagra dell’uva ci sono certe fontane da cui sgorga il vino. È da queste piccole cose che si capisce quanto il nostro continente sia unito. Emigrazione e caffè, alcolismo e scaramanzia sono le radici d’Europa.

Benvenuti a Bruxelles.
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I viaggi della memoria
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