da Reporter.it del 19 novembre 2009
Quando il teatro è militante
di Rossella Porcheddu
Storie dei nostri giorni. Storie di razzismo, violenza, immigrazione, politica. Uno spaccato dell’Italia di oggi raccontato da Ascanio Celestini con le sue straordinarie doti di narratore nel monologo “Il razzismo è una brutta storia”, in scena all’Altro Teatro di Cadelbosco di Sopra il 20 novembre. Ecco ciò che ci ha rivelato di questo nuovo lavoro, del suo modo di vivere il palcoscenico, la televisione, il mondo di oggi.
Sono racconti contro il razzismo, scritti sulla scia di fatti di cronaca ormai quotidiani nel nostro paese?
“Non sono proprio legati a dei fatti di cronaca. Penso al razzismo come senso comune, nella vita quotidiana, all’elaborazione di un razzismo che è un flusso ininterrotto. Penso a quello che è il linguaggio della discriminazione e cerco di raccontarne le contraddizioni linguistiche. Penso al razzismo dell’informazione perché oggi la violenza diventa notizia se è legata a un immigrato. Oggi ad una persona che è scappata dal proprio paese, che riesce ad arrivare viva sulle coste dell’Italia viene proibito da un sindaco, di destra o di sinistra, di stare ad un semaforo. Questo è razzismo”.
Un monologo amaro interpretato con ironia?
“A me non interessa che lo spettatore rida. Io non cerco di alleggerire lo spettacolo. I racconti risultano grotteschi ed è per questo che la gente sorride”.
Si dice che la gente vada a teatro per svagarsi. Luogo comune o verità?
“Non so perché la gente va a teatro, di spettatori ce ne sono tanti, ognuno ci andrà per un motivo diverso. Ma il Novecento ci ha regalato il pop, cioè la nostra cultura è popolare, è fatta per il popolo, è per tutti”.
In questo momento storico è importante portare in scena storie legate alla realtà piuttosto che interpretare il solito Shakespeare?
“Non è che io non voglia recitare Shakespeare. Oggi il teatro non è uno strumento di interpretazione del presente. Per me invece deve essere militante, partigiano, deve prendere una posizione, deve essere diretto. Io faccio teatro perché ho bisogno di strumenti che trovo solo lì, fuori non riesco a trovare la stessa duttilità. Le mediazioni mi permettono di dire determinate cose che altrimenti non potrei dire, su un palcoscenico è possibile essere più espliciti”.
Alcuni vedono in lei l’erede di Marco Paolini, di quel teatro civile, impegnato. Pensa che sia questa la sua strada?
“Per me non è una questione di eredità. Marco Paolini nel 1997 portando in televisione la tragedia del Vajont ha cambiato l’interpretazione di uno spettacolo teatrale. Si è iniziato da allora a parlare di teatro di narrazione. È cambiato il consumo culturale, le persone hanno scoperto che il teatro non è noioso, non è solo per pensione anziane che tolgono la pelliccia dalla naftalina, ma è interessante, serve a far conoscere, a far apprendere delle cose”.
Continua la partecipazione alla trasmissione “Parla con me”. Per un attore di teatro, abituato ad avere il pubblico intorno, com’è lavorare in televisione? Si è meno liberi di dire ciò che si vuole?
“Ho accettato la collaborazione con Rai Tre perché sapevo che non avrei lavorato con una redazione. Io non subisco censure.
L’unico vincolo che ho è il tempo, il mio pezzo deve essere di cinque minuti altrimenti non viene trasmesso. E poi non posso interagire con il pubblico. Quando il mio pezzo va in onda spesso nemmeno io lo vedo. Con la televisione però cerco di aprire un varco, torna l’idea del pop di cui parlavamo prima”.
Cosa pensa delle polemiche su Rai Tre, della cacciata del direttore Ruffini? Cosa pensa dell’ingerenza della politica nella televisione?
“Le polemiche su Rai Tre sono un motivo per creare tensione e lo spot funziona perfettamente. Si sposta l’attenzione in un campo artificiale. Se si deve scegliere tra Michele Santoro e Milena Gabanelli, che davvero con la sua trasmissione garantisce il contradditorio, si sceglie di mandare via Santoro, perché è un’operazione più seduttiva. Di Milena Gabanelli non si parla, è meglio non parlarne. Meglio alzare un polverone su altre cose. Prima c’era la propaganda, esagerata però aveva un fondamento di verità. Oggi c’è la pubblicità, in cui non c’è realtà. La pubblicità deve essere solo seduttiva. Questo è quello che stiamo vivendo adesso.
C’è una politica di gestione che prescinde dalla comunicazione. Chi se ne frega delle ragazzine, dei trans, io voglio sapere quello che fanno queste persone al potere. Penso che da trent’anni ormai viviamo in uno stato di schizofrenia, viviamo in un bolla”.
