da l'Unità del 26 Ottobre 2007

Piccolo manuale di resistenza nei call center

di Pasquale Colizzi

Una premessa: Parole sante andrebbe visto se non altro per la trovata fulminante, bellissima, della storia sul rubinetto che gocciola, sintesi fantastica della situazione “allo stato” della nostra coalizione di governo. Come “due sinistre” in eterno confronto sulle architetture parlamentari talvolta dimenticano la sostanza del problema. Quella parabola potrebbe anche intitolarsi “Prima della Rivoluzione (semmai ci sarà)”. Poi però, nel doc evento speciale della Festa di Roma (ultimo titolo che chiude la programmazione), Ascanio Celestini mette da parte le sue doti di affabulatore e cantautore e diventa attento ascoltatore. La telecamera è puntata sui volti e le parole dei lavoratori precari dell’Atesia, l’8° call center del mondo, 5000 dipendenti che mandavano avanti i servizi Telecom. Solo 1/10 “indeterminati”. Adesso pochissimo è cambiato mentre Tronchetti ha venduto a terzi.

Un doc costruito prevalentemente di interviste che è un piccolo e prezioso manuale sulla lotta di classe autorganizzata e autogestita. E infatti Celestini ci ha allestito uno spettacolo itinerante e cangiante: ovunque arriva trova storie diverse con risultati simili. Tornando al famigerato call center di Cinecittà a Roma, l’avventura inizia il 1° maggio 2000, data simbolo per far nascere l’”Assemblea Coordinata e Continuativa contro la precarietà”. Ci stanno dentro alcuni di quelli che all’Atesia sono entrati dopo test attitudinali dettagliatissimi e 3 settimane di addestramento non retribuito, per fare poi “un lavoro da cassiera”, dice una ragazza. Si pensa di passarci un periodo, per pagarsi gli studi magari, e si resta per anni perché non si sono prospettive all’esterno. A combattere con le telefonate da 2 minuti e 40 secondi (si viene pagati a cottimo e con limiti di durata) e assistenti di sala, pagati anche loro molto poco, che però giocano a fare i capetti e stanno dalla parte dell’azienda. Credendo di essere arrivati.Ma il fuoco si accende nel 2005, quando si forma il Collettivo PrecariAtesia, che si riunisce in una sede piccolissima e fatiscente all’Alberone. Con nessuno di esperienza si organizza un primo incredibile sciopero: adesioni al 90% per “una giornata di liberazione con salsicce e vino” seduti fuori dalla sede fino a notte. L’attenzione dei media cresce. In breve l’Ispettorato del lavoro notifica all’Atesia l’ordine di assumere tutti i lavoratori perché la loro non è un’attività a progetto ma un vero impiego subordinato. Troppa grazia. E infatti l’azienda resisterà, arriverà la Finanziaria 2006 che dimezza l’obbligo dei pagamenti pregressi per chi stabilizza i lavoratori. Si inseriscono i sindacati “istituzionalizzati” che firmano un accordo con Atesia. La Cgil organizza una consultazione nazionale: si al 100% in tutta Italia (per alzata di mano), vince il no solo all’Atesia, dove si vota con regolari urne.

Molti firmeranno il contratto a 550 euro e un Atto di conciliazione che dispensa l’azienda da rogne sul “prima”. E i ragazzi del collettivo? Quasi tutti fuori, tra chi ha rifiutato di restare “sul Titanic che va a fondo”, chi non ha ricevuto il contratto, chi ha lasciato per una malattia da lavoro nemmeno riconosciuta dall’Inail. E comunque 15 di loro in breve ricono un avviso di garanzia per istigazioni varie. Celestini fornisce cifre: dal 2000 a oggi si sono persi il 15% di contratti “indeterminati” tra i neo assunti. Il trend è preoccupante? E pensare che gli intervistati sono “precari che ridono pure”, addirittura. Gente che ci era arrivata al call center anche perché c’erano belle ragazze. Matrimoni ci sono stati ma “fondati sui debiti”, naturalmente. Un po’ come l’Italia, che è una repubblica fondata sul lavoro. Sempre più precario.