da dazebao del 24 novembre 2009
L’Italia è un paese razzista. Intervista ad Ascanio Celestini al ‘Teatro Socjale’
di Alessandro Bongarzone
RAVENNA – A Piangipane di Ravenna c’è un teatro, diventato famoso grazie all’intervista di Allevi da Fazio, in cui alla fine dello spettacolo si mangia – tutti insieme – un bel piatto di “cappelletti” fatti, cotti e serviti dalle volontarie dell’Associazione che gestisce la struttura.
Un teatro, nato tra il 1911 e il 1920, per volontà dei braccianti della cooperativa agricola della piccola frazione di Ravenna che vollero investire i loro primi profitti in “cultura” e socialità.
Al “Socjale”, dunque, davanti al famoso piatto di cappelletti, incontriamo Ascanio Celestini che ha appena terminato il suo spettacolo. Due ore in cui l’attore romano “prende a schiaffi” il pubblico mettendolo di fronte a sé stesso, alle sue modalità di relazione con il “diverso”, al suo razzismo celato e nascosto nei luoghi più profondi dell’anima. Con la grazia e la delicatezza del grande affabulatore qual è, Ascanio porta sul palco la “zecca” comunista incazzata col mondo, ma pronta ad “allearsi” al barista contro il filippino venditore di rose e la ragazza – palpeggiata sull’autobus – che per rilassare le sue frustrazioni accusa un innocente rumeno a cui tutti gli astanti son pronti a tirare la croce. Uno spettacolo, insomma, che non nasconde le nostre paure e imperfezioni ma che – anzi, con la violenza garbata che lo contraddistingue – Ascanio amplifica e ci rimbalza come una sorta di vaccino.
A due mesi dall’inizio di questa esperienza, qual è il bilancio? Che giudizio dai?
è duro doverlo dire ma la sensazione che ho è quella di un’Italia dove il pensiero della destra sta facendo breccia. Un’Italia dove il pregiudizio ha fatto da brodo coltura ad un razzismo di “fondo”, velato e nascosto, sotto una coltre di buonismo e d’indifferenza ma pronto ad esplodere alla minima contrarietà. Nello spettacolo non c’è un personaggio razzista al centro delle vicende che narro e non mi propongo di individuarne l’identikit, perché è difficile trovare uno che si dichiari così. Anzi, la prima cosa che dice un vero razzista è “io non sono razzista, però…”. Ecco, è proprio in quel “ma”, in quei “però” che si annida il razzismo.
Insomma, dopo due mesi di “giro” ti sei convinto che l’Italia sia un paese razzista!
L’Italia è un paese razzista? Beh, si! L’Italia – prima di tutto – è un paese che ha delle leggi razziste. Un Paese dove hanno più diritti i nipoti degli italiani che stanno all’estero rispetto ad uno che – viene dal centro Africa – ma vive qui da noi ormai da qualche anno. Un razzismo di cui l’immigrato, appena arriva in questo Paese, si rende conto immediatamente perché, quasi sempre, è un fuorilegge visto che l’iter per entrare legalmente è così complicato che prima arriva – quasi sempre – appunto, come clandestino e, sostanzialmente, perché scappa. Nessuno viene via dal proprio paese perché c’ha la gioia di provare il brivido della morte in mare, dei carceri libici o quant’altro. Sono, quindi, persone che scappano che dovrebbero essere accolte, aiutate. Invece…
Sentiamo un tale spirito umanitario che continuiamo a spendere soldi in operazioni diciamo, cosiddette, “di pace” mentre, quando queste persone scappano dai loro paesi li ricacciamo indietro. Manco a casa loro. No, nei campi di concentramento libici da cui erano scappati.
Tutto ciò sul versante politico, con cui non sei tenero. E la “società civile”?
Viviamo in una società razzista e, quindi, in qualche maniera, siamo razzisti un po’ tutti. Quando arrivo al semaforo rosso, io sto nell’automobile e lui – l’immigrato che sta fuori - e vuole lavarmi il vetro: io vivo un momento di “lotta di classe” dove io sto dalla parte del torto e lui da quella della ragione; dove io sono il “razzista” e lui è quello considerato inferiore.
Viviamo in una società che, a tutti i livelli, cresce nella negazione dell’uguaglianza degli esseri umani e punta, marcando le differenze, a dividersi in gruppi sempre più piccoli. Ecco, il razzismo entra in questa relazione e con un’operazione, quasi di “cesello”, di attenzione ai piccoli particolari, amplifica le differenze in chiave di paura. Per questo chi è razzista non è una persona semplice, anzi, molto spesso è una persona complessa. Per questo non si riesce a sradicare il razzismo.
Quindi, non c’è via d’uscita neanche con uno spettacolo come questo, in qualche caso verbalmente “violento”, con cui far crescere coscienza e sensibilità?
Il linguaggio scenico può contribuire, non tanto a combattere il razzismo, quanto a fare chiarezza. Sapendo che in questo degrado culturale chi è razzista, lavora sul linguaggio, sui modi di dire l’artista, l’intellettuale, chi fa film deve lavorare sul linguaggio, appunto, per riconoscere quello razzista e non scambiarlo per “buon senso”. Ecco, lo spettacolo dovrebbe servire a questo, a farci riconoscere il pregiudizio per evitarlo.
Per quanto riguarda la “violenza”, utilizzo un linguaggio “crudo” perché la violenza ci circonda e credo che ad essa ci stiamo abituando. Continuamente sentiamo discorsi violenti ma non li riconosciamo più come tali. Quando si dice che l’immigrazione è un reato, per cui quando uno arriva in Italia clandestinamente compie un reato, si realizza un’azione violenta che punta a farci individuare l’immigrato come un malfattore da cui difendersi.
Se la violenza, quindi, sta nel linguaggio che, pian piano, ci porta a digerire l’azione violenta, allora, tanto vale recuperarla in teatro in modo che la prossima volta siamo in grado di riconoscerla.
