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	<title>Ascanio Celestini</title>
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		<title>Celestini spazza via 150 anni di retorica</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 07:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>È un nuovo, rigoroso capitolo nella saga di umiliati e offesi che Ascanio Celestini sta componendo negli anni muovendosi tra memoria e presente <em>Pro Patria</em>. Dopo aver raccontato la fabbrica, la guerra, i manicomi (anche al cinema, col bellissimo esordio <em>La pecora nera</em>), il cantastorie romano spazza via tutta la retorica che ha accompagnato le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità gettando un ponte ardito tra Risorgimento e carcere. Su uno sfondo bianco di manifesti, lo&#8230; <a href="http://www.ascaniocelestini.it/celestini-spazza-via-150-anni-di-retorica/" class="read_more">Leggi tutto</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È un nuovo, rigoroso capitolo nella saga di umiliati e offesi che Ascanio Celestini sta componendo negli anni muovendosi tra memoria e presente <em>Pro Patria</em>. Dopo aver raccontato la fabbrica, la guerra, i manicomi (anche al cinema, col bellissimo esordio <em>La pecora nera</em>), il cantastorie romano spazza via tutta la retorica che ha accompagnato le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità gettando un ponte ardito tra Risorgimento e carcere. Su uno sfondo bianco di manifesti, lo troviamo seduto su uno sgabello rosso sopra una pedana verde prato (sintetico) di due metri per due, claustrofobico tricolore stretto quanto una cella di prigione. Perché qui a raccontare Repubblica romana del 1849 c’è un detenuto dei nostri giorni, in carcere da così tanto tempo (e destinato a rimanerci a scadenza infinita) da aver perso un poco la ragione e parlare con l’ombra immaginaria di Mazzini, che quella prima repubblica governò “senza carceri e senza processi”, interlocutore scelto in vista della preparazione di un discorso al giudice che non terrà mai. Celestini snocciola con quel suo flusso rapido e martellante di parole, accarezzato da intercalari che ritornano come mantra, storie lontane di papi tiranni in fuga e giovani eroi rivoluzionari morti ammazzati a nemmeno vent’anni dalle baionette francesi, chiamate da sua santità. Nomi da libro di storia, i fratelli Dandolo, Mameli, Pisacane, che da inerti si riempiono di vita, memoria e sangue nel racconto che l’autore-attore sa far guizzare di immagini e aneddoti, notazioni minute e schegge vivide di realtà. Così, battaglie ottocentesche, ma anche la vita in gattabuia che il protagonista rievoca, con tanto di dati e descrizione di orrori quotidiani, in un continuo passaggio tra storia e presente, si popolano di esseri quasi mitologici – il rivoluzionario nero col cane a tre zampe, il galeotto “negro-matto” e il secondino “merda” &#8211; da fantasia di epos popolare, in un miracolo di verità e umanità che gli riesce, al solito, benissimo. Affabulazione ipnotica che, per contenuti, si spinge qui sempre più all’estremo, verso posizioni che non fanno sconti. Epica di rivoluzionari sconfitti e di rivoluzioni fallite e tradite dalla ragion di Stato (fa rabbrividire l’elenco di patrioti riciclati a ministri, statisti, uomini di potere), il testo azzarda il parallelismo tra Risorgimento, lotta partigiana e lotta armata degli anni ’70 quando le carceri furono infiammate dalle rivolte, e invoca l’abolizione della galera, “istituzione macabra e criminale”. Si può storcere il naso. Ma quando, usando la logica di Wittgenstein, afferma che “la galera è un fatto che accade nel mondo, quindi il mondo è una galera”, fa accapponare la pelle. E pensare che un altro mondo, se solo volessimo, sarebbe possibile.</p>
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		<title>INCROCIO DI SGUARDI conversazione su matti, precari, anarchici e altre pecore nere</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 08:27:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>&#160;</p>
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<p>&#8220;Quando racconto, non sto scrivendo un articolo di giornale. Né sto raccontando in pizzeria una cosa che mi è successa. E non sto nemmeno facendo un processo! Altrimenti si rischia di finire fra quelle brutte istituzioni che si arrogano il diritto di dire la verità, di dire una volta per tutte come sono andate le cose. L&#8217;istituzione che vuole portare l&#8217;assoluto fra gli uomini a me fa paura.&#8221;</p>
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<p>Snodando il filo del&#8230; <a href="http://www.ascaniocelestini.it/incrocio-di-sguardi-conversazione-su-matti-precari-anarchici-e-altre-pecore-nere/" class="read_more">Leggi tutto</a></p>]]></description>
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<p>&#8220;Quando racconto, non sto scrivendo un articolo di giornale. Né sto raccontando in pizzeria una cosa che mi è successa. E non sto nemmeno facendo un processo! Altrimenti si rischia di finire fra quelle brutte istituzioni che si arrogano il diritto di dire la verità, di dire una volta per tutte come sono andate le cose. L&#8217;istituzione che vuole portare l&#8217;assoluto fra gli uomini a me fa paura.&#8221;</p>
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<p>Snodando il filo del proprio percorso biografico in una narrazione ricca di aneddoti, provocazioni, idiosincrasie, amori, battute, Ascanio Celestini, grande affabulatore del nostro tempo, esce allo scoperto. Così, questo libro parlato e vivissimo, frutto delle conversazioni con Alessio Lega, cantautore e intellettuale disorganico, diventa un altro spettacolo in cui Ascanio si fa ancora una volta voce plurale, racconto corale attraverso una voce sola. Ma questa volta il personaggio narrato è proprio lui: Celestini Ascanio, figlio di Nino e di Comin Piera…<br />
In un continuo rincorrersi di temi e di personaggi, questa storia in prima persona ci consente di cogliere in presa diretta la sua straordinaria poetica del quotidiano, quell&#8217;attenzione alle piccole cose della vita di tutti i giorni con cui ci dice che un altro mondo non solo è possibile, ma già c&#8217;è.</p>
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<p>Ascanio è un predicatore medievale senza dottrina ma con cento saperi, è un teatrante nel cui parlare vivono più voci. È raro che il suo discorso parta da un «Io». Ascanio è più un dialogo platonico che un trattato aristotelico. Vive prima della scrittura e riesce a far vivere anche le cose scritte. Le sue risposte si trasformano sempre in una messa in scena dove si materializzano centinaia di personaggi veri e ipotetici. Se nel suo discorso ci sono più di tre frasi, c&#8217;è già una drammaturgia.</p>
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<p>http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=308</p>
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		<title>Un anarchico col trattino in mezzo, forse</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 09:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div>
<p>Questo è il mio settimo e ultimo intervento nel blog del Sole 24 Ore. Ho scritto sempre alla fine della giornata. Dopo lo spettacolo. Dopo essere tornato dal teatro. Dopo mezzanotte, alle volte. Quasi sempre verso le due o le tre e anche le quattro.<br />
Ho parlato della carbonara, di come cucinare è una forma di oralità che non tende alla perfezione della produzione artistica, ma si immagina come parte di un flusso.<br</p></div><p>&#8230; <a href="http://www.ascaniocelestini.it/un-anarchico-col-trattino-in-mezzo-forse/" class="read_more">Leggi tutto</a></p>]]></description>
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<p>Questo è il mio settimo e ultimo intervento nel blog del Sole 24 Ore. Ho scritto sempre alla fine della giornata. Dopo lo spettacolo. Dopo essere tornato dal teatro. Dopo mezzanotte, alle volte. Quasi sempre verso le due o le tre e anche le quattro.<br />
Ho parlato della carbonara, di come cucinare è una forma di oralità che non tende alla perfezione della produzione artistica, ma si immagina come parte di un flusso.<br />
Ho parlato del suicidio in carcere e di come un suicidio con una bustina della farmacia tentato da un boss mafioso si prenda le prime pagine dei giornali, mentre chi s’ammazza davvero nelle galere non finisce nemmeno tra gli annunci mortuari.<br />
Ho detto qualcosa su quello che qualcuno chiama <em>teatro civile</em>, una definizione che è ormai entrata nel vocabolario retorico di questi anni.<br />
Ho ricordato l’articolo di Alessio Lega sul 25 aprile, il suo bisogno di “canzoni necessarie” come parte di una “una storia ben lungi dall’essere finita”. Una necessità di rimettere insieme i pezzi. Un’arte quotidiana che ci ricolloca in maniera sensata.</p>
<p>Ma ho parlato anche del mio spettacolo <em>Pro Patria,</em> che in questi giorni è in scena al Piccolo di Milano nel quale si parla di un Risorgimento che è stata una storia di galera e lotta armata. Non era una provocazione. E non era provocatorio nemmeno quando scrivevo “Non penso che in questo paese qualcuno dedicherà un vicolo a Renato Curcio” perché davvero credo che sia inutile e anche pericoloso archiviare quel decennio sotto la voce <em>anni di piombo</em> perché poi il piombo ritorna. Leggendo la rivendicazione della gambizzazione di Roberto Adinolfi è difficile non pensare che una lettura approfondita di quegli anni sarebbe stata indispensabile già da molto tempo. A leggere in quel comunicato frasi come “Pur non amando la retorica violentista con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore” viene da pensare a Moretti che quaranta anni prima diceva a Curcio (almeno così ci viene raccontata da un’inchiesta parlamentare) “siamo così carichi di odio che le nostre pistole sparano da sole”. Ci si chiede se la Federazione Anarchica Informale non voglia essere, al pari delle BR, alla guida di una massa che (dal suo punto di vista) potrebbe essere già pronta alla rivolta e che presto diventerà un “popolo in armi contro ogni forma di oppressione statale, politica, economica”. Ma cosa c’entra questo con l’anarchia? Le Brigate Rosse erano un partito armato e come tale puntavano ad essere avanguardia e guida di un movimento. Ma l’anarchico è tale proprio perché non considera serio il concetto di rappresentanza. L’individuo anarchico non accetta di rappresentare, né di essere rappresentato. La formulazione e l’esecuzione di una condanna è propria della logica più statalista che gli ultimi due secoli passati siano riusciti ad immaginare. La logica dei gulag sovietici come della sedia elettrica americana, della condanna a morte di Roberto Peci come dell’uccisione di Walter Alasia e della strage di via Fracchia. E sempre nell’ottica marxista di una storia che deve procedere in maniera lineare verso una società senza classi (e dunque spostando sulla terra quel paradiso che i cattolici immaginano in un tempo ultraterreno), anche questi che rivendicano la gambizzazione di Adinolfi dichiarano che il loro “sogno è quello di un umanità libera da ogni forma di schiavitù, che cresca in armonia con la natura”. Chi lo sa…  forse anche io sono uno di quegli anarch-isti (così definiscono gli anarchici che non sparano) “che solo nella teoria e nel presenzialismo ad assemblee e manifestazioni trova la sua realizzazione”. Sarò forse un anarchico col trattino in mezzo, ma nel nichilismo futurista di chi sostiene che “impugnando una stupida pistola abbiamo fatto solo un passo in più per uscire dall’alienazione del «non è ancora il momento…»” ci vedo un’ansia di potere che non ha nulla di differente rispetto a quello di una guardia che, stressata dal nonnismo di caserma e dal sudore per una divisa blindata, scende dal cellulare e spacca la testa al primo manifestante.</p>
<p>Sono anarchico? Con o senza trattino? Non lo so. Ma ritengo che un anarchico debba pensare che ognuno è libero di liberarsi nella maniera che ritiene più opportuna. Che ognuno è libero anche di non liberarsi affatto. Che lo stato non va abbattuto, come pensavano i rivoluzionari comunisti nel Novecento (secolo nel quale, forse, quella rivoluzione aveva ancora un senso), ma che va semplicemente ignorato, disconosciuto. Che l’anarchico non ha bisogno di regole imposte, non perché sia contro gli altri, ma perché è contro le regole e l’imposizione. Perché non ha bisogno di leggi da rispettare per essere rispettoso dell’altro. Perché non ha bisogno né di un codice penale, né del quinto comandamento per astenersi dall’uccidere. “Impugnare una pistola, scegliere e seguire l’obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato, la logica conseguenza di un’idea di giustizia” dicono. Ma è così? Un anarchico non pensa di essere un uomo giusto che in nome di una giustizia qualsiasi diventa giudice. Un anarchico non accetta che qualcuno vesta la toga e giudichi qualcun altro in nome di una legge superiore, quando il rapporto di egemonia-subalternità è comunque tutto a sfavore dell’imputato, in quanto non viene giudicato per ciò che è, ma per ciò che ha fatto.<br />
Chi impugna la pistola pensando che quel “piombo nelle gambe” sia “un piccolo frammento di giustizia” esercita lo stesso potere che apparentemente dice di odiare. Invece di opporsi alla violenza dello stato, delle multinazionali, del sistema finanziario, del mercato… ne contesta il monopolio alla ricerca di una liberalizzazione della violenza.</p>
<p>Insomma, mi pareva utile approfondire questo argomento che ha attraversato, almeno in parte, i diversi momenti di questo blog nell’ultima settimana. Anche perché la relazione tra chi ha il potere e chi non ce l’ha è uno dei temi che attraversano anche il mio lavoro da quindici anni.</p>
<p>Ma non perché i detenuti o gli operai, i rinchiusi nel manicomio o i contadini, i lavoratori precari o gli internati nei campi di sterminio siano più interessanti di chi li sfrutta e li uccide. Bensì perché l’essere umano somiglia più alle vittime che non ai carnefici. Nella vittima c’è un’umanità che è fatta di debolezza e ironia. L’ironia di chi vede l’incorreggibile incongruenza della vita e l’impossibilità di ridurla ad un qualsiasi tipo di ordine. La debolezza di chi non usa la forza perché la considera effimera e patetica.</p>
<p>È in questa debolezza che ho cercato di indagare sia per costruire storie che per cercare un punto di vista. Accorgendomi che chi non ha il potere non è per forza sprovvisto di tutto. Può non essere potente, ma essere comunque molte altre cose. In un’intervista ad una contadina ho registrato un racconto sulla guerra che iniziava con la frase “nel nostro cortile c’era anche la villa del padrone”, come se la villa fosse nel cortile della casa dei contadini. Mentre in realtà era il contrario. Era la loro casa che stava nel cortile della villa padronale, ma dal suo punto di vista la dimora del padrone era un oggetto lontano e molto più piccolo della sua piccola casa. Annamaria, così si chiama, gestiva un punto di vista, una visione sul mondo. Non aveva bisogno né di conquistare, né di abbattere la casa del padrone. Semplicemente ne ignorava l’importanza e non ne legittimava l’egemonia. Lo statuto del circolo “Gianni Bosio” che da anni si occupa di ricerca antropologica, ma anche di produzione culturale in relazione diretta con l’aambiente che evocava Lega nell’articolo citato nel mio terzo intervento, tra le prime righe della premessa si pone come obiettivo (in continuità con un lavoro iniziato più di quaranta anni fa) “la conoscenza critica e la presenza alternativa della cultura, della memoria e dell’espressività orale e musicale delle classi non egemoni”. NON EGEMONIA dovrebbe essere un obiettivo non solo dell’anarchico, ma di qualsiasi persona intelligente e adulta perché non è accettabile che sia tanto facile <em>diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni</em>.</p>
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		<title>Come una pasta alla carbonara</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 09:36:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<div>
<p>Faccio un incontro al Politecnico di Milano. Mi ci portano quelli del Piccolo dove in questi giorni sto facendo spettacolo. Devo raccontare come lavoro. Così parlo della pasta alla carbonara. Qualcuno dice che furono i carbonari delle campagne a far conoscere questa ricetta ai romani, ma pare che Ippolito Cavalcanti, cuoco e letterato napoletano della prima metà del 1800 avesse già pubblicato una ricetta simile. Io non ho letto il suo ricettario, ma chi</p></div><p>&#8230; <a href="http://www.ascaniocelestini.it/come-una-pasta-alla-carbonara/" class="read_more">Leggi tutto</a></p>]]></description>
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<p>Faccio un incontro al Politecnico di Milano. Mi ci portano quelli del Piccolo dove in questi giorni sto facendo spettacolo. Devo raccontare come lavoro. Così parlo della pasta alla carbonara. Qualcuno dice che furono i carbonari delle campagne a far conoscere questa ricetta ai romani, ma pare che Ippolito Cavalcanti, cuoco e letterato napoletano della prima metà del 1800 avesse già pubblicato una ricetta simile. Io non ho letto il suo ricettario, ma chi dice di conoscerlo sostiene che si tratti di un timballo dove l’uovo è stracotto e il guanciale è assente. Poi c’è la storia degli americani che chiedevano ai romani una pasta fatta alla maniera delle loro uova col bacon o, al contrario, i romani che cucinavano questi ingredienti portati dagli americani inventandosi una ricetta che fosse vicina ai loro gusti. Ovviamente c’è la teoria un po’ fiabesca secondo la quale sia un piatto della carboneria, la società segreta. E poi c’è da ricordare, per spiegarne il nome, anche quella che farebbe derivare il titolo di carbonara dalla semplice presenza del pepe che la renderebbe scura come se fosse cosparsa di carbone.</p>
<p>A casa mia ci si mette il vino rosso. Mia madre dice che si chiama carbonara proprio per quello. È il vino che la annerisce. E poi il soffritto si fa senza olio. Si usa cuocere a fuoco bassissimo la cipolla insieme al guanciale che, senza abbrustolirsi o bruciarsi, perde lentamente il suo grasso facendo intenerire la cipolla fino a renderla trasparente. A questo composto si aggiunge il vino (e a questo punto io stacco l’allarme anti-gas della cucina che avverte subito la presenza del vino cotto e suona) e spengo il fuoco un attimo dopo. A parte batto le uova (meglio se d’oca) e ci metto abbondante pepe e pecorino. Il parmigiano lo usiamo poco per questa ricetta. Più che utilizzare l’acqua di cottura, io cerco di raccogliere la schiuma più densa e cremosa che emerge dalla bollitura degli spaghetti (anche se non usiamo sempre quelli). Nella padella calda verso tutto insieme, amalgamo e servo.</p>
<p>L’oralità funziona più o meno alla stessa maniera. Anzi potrei dire che buona parte della cucina segue un procedimento orale. Anche quando si segue una ricetta scritta c’è un largo margine d’azione che nel testo non è descritto. Così una storia attraversa il tempo e lo spazio, cambia sia nei suoi elementi costitutivi che nei significati. Una storia che parla di un fitto bosco avrà un significato diverso se raccontata tra bambini di una città, tra gli anziani che vivono in campagna ai margini di una foresta o tra le popolazioni nomadi del deserto. Così cambia anche una ricetta e al posto del grasso guanciale ci finisce un prosciuttino crudo o magari del pesce spada. L’uovo si perde in un mare di panna nella trattoriola per camionisti. Il pepe è appena accennato nel locale chic che magari esclude anche il vino e trasforma trasforma il pesante maiale in esile gamberetto o in fresca zucchina accompagnata da un’ornamentale foglia di basilico.</p>
<p>La cucina ha un altro elemento in comune col racconto orale: la bocca. Si mangia e si parla usando la stessa cavità. Le due cose stanno spesso insieme e io mi ricordo pranzi di famiglia ai Castelli Romani dove si passavano ore e ore a mangiare e a parlare di altre mangiate passate e future. <em>Te ricordi quando annammo a magnà a Frascati co’ tu’ cuggino che s’era appena sposato? Te ricordi? Ce stavano cinque primi e cinque secondi!</em> Oppure <em>La prossima settimana c’è la cresima der pupo de Irma e annamo a magnà Da Pantalone. Chissà se sarà de carne o de pesce?</em> E via discorrendo dall’antipasto all’ammazzacaffè.</p>
<p>La scrittura orale è anche una scrittura transitoria. Chi parla raccontando un fatto che gli è accaduto non pensa alle parole che sta utilizzando, le usa e basta. Si ricorda del luogo e del tempo nei quali ha vissuto la vicenda, rivede davanti a sé delle immagini che diventano evocative e producono, attraverso l’uso di parole che il parlante pesca dal proprio vocabolario, altre immagini: le immagini immaginate da chi ascolta la storia. Ma chi la racconta non cerca di produrre una performance perfetta. Non facciamo le prove prima di andare in pizzeria con gli amici per raccontargli dove abbiamo fatto le vacanze. Lo sappiamo e basta. Questo è più che sufficiente. Solo un attore si mette a fare le prove e cerca di presentare allo spettatore una performance che risulti essere la migliore possibile.</p>
<p>Io no. Io penso che le prove non servano o che, comunque, sia indispensabile (per il mio lavoro, s’intende) fare in modo che tra l’esperienza e la performance teatrale (o anche la scrittura letteraria) ci sia il minimo dell’elaborazione. Più provo e più scompare il lato umano della storia. Gli ingredienti vanno a male, scadono. Più ci giro attorno e più incomincio a scegliere le parole per una loro presunta bellezza dimenticando il valore delle immagini che evocano.</p>
<p>In cucina il cuoco non pensa <em>Adesso faccio le prove, cucino la carbonara per due mesi di seguito e poi sono pronto per andare in scena e sfornare la carbonara perfetta</em>. Il cuoco cucina un piatto di spaghetti alla carbonara, poi un altro, poi un altro ancora. Qualche volta viene meglio, qualche volta viene peggio, ma tutti quanti finiscono nello stomaco di chi se li mangia. Scorrono in un flusso di infinite carbonare, ma anche di infinite versioni di esse, e pure di infiniti altri piatti, primi e secondi, dolci e contorni, eccetera.</p>
<p>Ecco, l’oralità è anche un flusso. Un flusso dove tutto si mescola. Anche quello che sto scrivendo adesso senza rileggerlo. Bruno Vespa e Franz Kafka, Moccia e Sofocle, ma anche la trippa alla romana col cannolo alla siciliana, e pure l’architettura gotica con lo tsunami, il racconto del primo bacio con l’escursione termica nel deserto e l’allergia al pelo di gatto e le ceneri di gramsci e faccetta nera e la bomba atomica e l’antimateria e l’antirabbica e l’antibiotico e l’antibagno e l’antiaerea…</p>
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		<title>Provenzano e il greco suicida ad Ancona: strappare il cielo di carta dell’informazione</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 09:35:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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<p>“Poche ore dopo il suicidio di un detenuto greco nel carcere di Montacuto ad Ancona, un altro recluso nello stesso istituto di pena ha tentato di uccidersi, procurandosi dei tagli al collo e alle braccia. Si tratta di un ventiquattrenne algerino, in carcere per droga. E’ stato soccorso da alcuni agenti di polizia penitenziaria ed è stato trasportato all’ospedale di Torrette. Le sue condizioni non sono gravi. Avrebbe messo in atto gesti</p></div></div></div><p>&#8230; <a href="http://www.ascaniocelestini.it/provenzano-e-il-greco-suicida-ad-ancona-strappare-il-cielo-di-carta-dellinformazione/" class="read_more">Leggi tutto</a></p>]]></description>
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<p>“Poche ore dopo il suicidio di un detenuto greco nel carcere di Montacuto ad Ancona, un altro recluso nello stesso istituto di pena ha tentato di uccidersi, procurandosi dei tagli al collo e alle braccia. Si tratta di un ventiquattrenne algerino, in carcere per droga. E’ stato soccorso da alcuni agenti di polizia penitenziaria ed è stato trasportato all’ospedale di Torrette. Le sue condizioni non sono gravi. Avrebbe messo in atto gesti autolesionistici, forse a scopo dimostrativo”.<br />
Questa è una notizia ANSA di qualche ora fa proprio mentre sui giornali on line veniva annunciato il tentato suicidio di Bernardo Provenzano. Un tentato suicidio riportato da repubblica.it, corriere.it, ilfattoquotidiano.it, ilgiornale.it, liberoquotidiano.it, ilsole24ore.com, eccetera..<br />
Di questi ultimi due suicidi (uno tentato e l’altro riuscito) invece non ho trovato niente. Se ne parla su qualche pagina di giornale locale o nei siti che normalmente si occupano di galera come detenutoignoto.com, radiocarcere.com, osservatoriorepressione.org e pochi altri.<br />
Su clandestinoweb.com leggo che il greco pare avesse 28 anni e che “si sia impiccato alle 8 e 30 del mattino con una cintura dell’accappatoio”. L’articolo parla di un sovraffollamento che “ha raggiunto cifre record: potrebbero essere ospitati solo 178 detenuti ma al momento ci sono circa 440 ristretti. Inutile dire che, in queste circostante, le condizioni di vita sono davvero complicate”.</p>
<p>Il 9 maggio 1978 veniva trovato il corpo di Peppino Impastato, ma la sua morte passò inosservata perché nelle stesse ore fu rinvenuto anche il corpo di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. Ne ho sentito parlare da Marco Baliani alla fine degli anni ’90, quasi quindici anni fa, in uno spettacolo che ho visto per la prima volta in diretta televisiva dai fori romani. Di Aldo Moro ricordo pure una foto ritagliata dal giornale. Facevo solo la prima elementare, ma la foto me la ricordo. Alle elementari questi personaggi arrivavano ripuliti della loro qualità umana. Erano come maschere della commedia dell’arte, come burattini di un teatrino. Ma di Impastato ne ho sentito parlare la prima volta in quello spettacolo, <em>I Cento Passi</em>, il film è uscito un paio di anni dopo.<br />
Per la prima volta quei due esseri umani, quei due morti, li ho sentiti avvicinare uno all’altro. Il presidente della DC e uno sconosciuto.<br />
Oggi nel motore di ricerca di google, Peppino Impastato viene prima di Peppino Di Capri e Peppino De Filippo, ma quindici anni fa non era così.<br />
In quei primi due o tre minuti dello spettacolo Marco avvicinava il politico conosciuto da tutti al piccolo attivista sconosciuto alla maggior parte di noi. L’uomo magro con la frezza bianca fotografato insieme alla bandiera con la stella cinque punte e poi rivisto al telegiornale ripiegato nel bagagliaio di una R4, accanto a uno che poi prenderà la faccia di Luigi Lo Cascio, ma che, fino ad allora, non era conosciuto nemmeno per la sua.<br />
Per me è stato come lo strappo nel cielo di carta di cui parla Pirandello. Non che Moro fosse meno vero di Impastato, ma ormai si era trasformato nel personaggio di una tragedia, un romanzo a puntate che avevamo seguito in televisione e sui giornali. Invece Peppino Impastato era uno che c’aveva soltanto il nome e una storia che non era scritta nel testo dello spettacolo storico-mediatico al quale assistiamo quotidianamente.</p>
<p>24 anni dopo, negli stessi giorni, ieri, una cosa più piccola, ma che segue le stesse regole.</p>
<p>Le notizie hanno un peso. Sono quasi 1800 i soldati americani morti in Afghanistan e un altro migliaio sono i morti tra gli eserciti alleati, eppure pesano meno dei civili afgani che, secondo alcune stime, sarebbero compresi in un un numero che va dai 15.000 ai 35.000. I morti delle torri gemelle pesano più dei morti ruandesi, anche se a New York ne morirono quasi tremila l’11 settembre, mentre in quel piccolo paese africano ne sono stati ammazzati oltre diecimila al giorno per tre mesi di seguito.<br />
E dunque quanti piccoli attivisti politici ci vogliono per fare un presidente del più grande partito italiano?<br />
Il teatro serve anche per questo. È letteratura che ritesse le relazioni, strappa il cielo di carta dell’informazione e delle gerarchie e mette nello stesso teatro personaggi che nella società sono distanti infiniti gradini nella scala sociale.</p>
<p>clandestinoweb.com scrive che “in 5 mesi, ci sono stati 21 suicidi e 61 morti nelle carceri italiane, una media di 12 decessi al mese”. Quanti detenuti senza nome devono infilarsi la testa in un sacchetto prima di raggiungere le prime pagine del giornale?</p>
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