da Il Messaggero del 1 febbraio 2008

Dietro quel call-center c’è tutta l’Italia

di Fabio Ferzetti

Certi film non sono ciò che sembrano. Parlano di una cosa ma ne raccontano molte altre. Mostrano un insieme di facce, di luoghi, di eventi, e grazie a quel pugno di immagini illuminano tutto un mondo. Parole sante di Ascanio Celestini è uno di questi film. Formalmente è un documentario sui lavoratori precari della Atesia, il più grande call center d’Italia, l’ottavo al mondo, 300.000 telefonate al giorno, 4.000 lavoratori solo nella sede di Cinecittà. Una cosa noiosa, a priori.
Già non interessa più niente a nessuno degli operai, che almeno fanno lavori spettacolari, figuriamoci questi ragazzi sottopagati e senza contratto parcheggiati in un capannone. Invece, miracolo. Vedi Parole Sante, guardi le facce, ascolti le voci, le loro storie incredibili, e capisci tutto. Capisci che in Italia si raccontano milioni di panzane ogni giorno. Che dal colloquio iniziale alle formule con cui si maschera la sostanza del rapporto di lavoro, il loro problema riguarda tutto il paese, non solo loro. Che i lavoratori sono sempre più soli perché la politica e il sindacato spesso parlano lingue diverse dalla loro. Fino a quando non arriva un cantastorie come Ascanio Celestini, che si mette (ci mette) in ascolto e svela il senso nascosto dietro le formule di rito e le frasi fatte. Meglio: ci fa toccare con mano, con calma e semplicità, come nei suoi spettacoli teatrali fatti di ripetizioni, di documentazione e di fantasia, la rete di rapporti che lega l’economico e il sociale, le soluzioni apparentemente più astratte e le nostre vite di tutti i giorni. Che siamo tutti sulla stessa barca, anche se l’Atesia sembra lontana e marginale. Parole sante insomma. Davvero.