da beat bop a lula del 25 ottobre 2009
Ascanio Celestini [live] CENACOLO FRANCESCANO
di Sonia Cenceschi
Il razzismo è una brutta storia avviluppa lo spettatore in un turbine di racconti affascinanti e surreali per poi scaraventarlo senza sconti o compassione contro la terra amara di un mondo più che mai reale. Assistere ad uno spettacolo di Ascanio Celestini non può essere definito riposante. Il pubblico lo sa, ma lo ammira per questo. Sedersi sulle poltroncine rosse del Cenacolo Francescano di Lecco equivale questa sera a mettersi in gioco personalmente, perchè il dipinto che l’artista romano esporrà con maestria su quel palco non è finzione, non è un’opera d’arte che commuove o diverte, ma la più tagliente ed amara realtà. L’abbiamo imparato dalla televisione, dai cinque minuti di fuoco che Ascanio ci offre come contrappasso per la rilassante benevolenza del divano della Dandini. Lo schermo rende noti, ma la bravura perdura nel tempo a prescindere da esso ed unita a dei veri e sinceri contenuti, diventa invincibile. Buio in sala, una luce soffusa si espande calda sul bravissimo chitarrista Matteo D’Agostino, il solo accompagnatore per le parole di questa sera. Ascanio entra, inizia. La sala è in silenzio, un rispettoso silenzio si direbbe. Il tempo di finire una frase e già ha catturato tutti. Per un momento sembra che se solo volesse potrebbe far ballare la platea o farle scambiare un segno di pace. Le capacità affabulatorie di Celestini sono ben note, la sua bravura tecnica anche. Potrebbero essere doti messe a servizio del teatro di finzione, della pur sempre rispettabile recitazione canonica, ma no: qui entra in scena la quotidianità, che viene strizzata, ribaltata e messa in mostra. Celestini ti trascina in un mondo parallelo con la forza delle parole e il sostegno di poche note, ti illude di dover solo pensare ma poi ti ridicolizza di fronte a te stesso, ti constringe con parallelismi geniali e grotteschi all’autoanalisi sociale. Vuoi esser un numero, un numero in fila indiana? Vuoi sentirti un oggetto ed assopirti in questa condizione di sciallo mentale, protetto da una coltre di tuoi simili? Rilassati, il mondo è bello, le disgrazie, la cattiveria, solo scherzi che non toccano la tua quotidianità. Rilassati, distenditi: l’attore non più attore, consigliere amorevole e fidato, accompagnato da un’alienante giro di chitarra e sostenuto da un’eco angelico, dopo averti coccolato, ti ribalta giù dal letto ed è come se tornassi bambino; la mamma appende il lenzuolo bagnato di pipì fuori dalla finestra e tu ti vergogni maledettamente di non essere ancora diventato uomo. Racconti che non possono essere svelati, ma di cui si può in queste poche righe lodare la fantasiosa ma concreta sincerità, il colpo di scena che ti ammazza la coscienza critica che pensavi di avere e che possiedono l’umiltà per non voler convincere. Celestini non è un’artista da lodare, ma da ascoltare. Che sa come toccare il pubblico ferendolo con una risata, innestando il dubbio dell’errore e la coscienza della necessità di osservare ciò che ci circonda. La realtà esiste davvero. Le urla registrate degli illustri leader padani che ora saturano il teatro non sono più oscene del silenzio accondiscendente dell’ultimo italiano.
